Il Premio ai Coraggiosi — Racconto di paura a Villa La Rotonda

Il Premio ai Coraggiosi — Racconto di paura a Villa La Rotonda

Il Premio ai Coraggiosi è un racconto horror ambientato a Vicenza. Fuori dal cancello di Villa La Rotonda, tre uomini aspettano nel buio. Dentro, un premio ai coraggiosi: dieci monete d’oro, una cena, una proprietà all’estero. Lord Sogart non mente mai — dice sempre una verità, mai tutte. E chi entra convinto di aver capito il patto scopre troppo tardi che le parole giuste possono essere la trappola più precisa che esiste.

L'ingresso a villa la rotonda

La luna era piena e il cancello di ferro battuto divideva il buio in strisce uguali.
Erano in tre. Francesco e Antonio con gli abiti logori e quel fazzoletto verde al collo che portavano da sempre, come una divisa o una promessa. E Alfredo, che condivideva con loro la stessa sorte da abbastanza tempo da non ricordare com’era prima.
Alfredo teneva gli occhi oltre la spalla di Francesco. La testa si abbassò lentamente verso il petto.
“Le ho rifiutate,” disse. La voce usciva a scatti. “Gli ho chiesto se potevo avere solo le dieci monete, senza il resto. Mi ha detto che la sua offerta è tutto o niente. Che lui non fa la carità. Che il suo è un premio ai coraggiosi, alle persone decise a cambiare vita.” Una pausa. “Come ha fatto lui.”
Nessuno rispose. Dall’interno della villa arrivò una voce che tagliò l’aria senza alzarsi più di tanto.
“Avanti un altro.”

Il Patto al Cancello

La gamba di Antonio si mosse prima che lui decidesse di muoverla. L’altra seguì. Non si voltò. Non c’era niente dietro di lui che valesse un ultimo sguardo, o forse lo sapeva e preferiva non verificarlo. Il cancello si aprì, si richiuse.
Il vialetto era lungo. Ai lati, erba alta che non era stata tagliata da stagioni. Nell’aria c’era un odore selvatico e denso che poteva venire da tutto o da niente in particolare. Antonio non ci pensò oltre.
In fondo al vialetto, illuminato da due candelabri che bruciavano troppo alti per essere normali, c’era l’uomo. Vestito di nero dalla gola ai piedi. Il viso pallido e perfettamente rasato, collo compreso, con le pupille dilatate di chi ha passato troppo tempo al buio o non ne ha mai avuto bisogno. Le labbra sottili. Sotto il mento, solo, un ciuffo di barba bianca tenuto con cura: l’unica concessione al disordine su un corpo altrimenti controllato fino all’osso.
Antonio si fermò davanti a lui.
“Non ho tempo da perdere, giovane.” La voce era piatta, quasi cortese. “Per te c’è questo sacchetto con dieci monete d’oro. Dentro ti aspetta una cena dove puoi mangiare fino a sazietà. Da domani disporrai di una delle mie proprietà all’estero.” Gli tese il sacchetto. “Accetta o vattene.”
Antonio prese il sacchetto. Lo aprì. Guardò dentro il tempo necessario. Poi si girò verso il cancello, verso Francesco, verso l’unica figura rimasta fuori, e alzò la mano. Un cenno che non era un saluto.
Il portone di legno si chiuse con un’eco che raggiunse la strada alle spalle di Francesco. Lui ci arrivò un momento dopo, la mano aperta sul legno.

La Promessa di Lord Sogart

Il salone centrale era alto e largo e le candele non riuscivano a riempirlo del tutto. Sulle pareti gli affreschi seguivano la luce e la perdevano alternativamente. Tra le porte, panchine di legno massiccio con intagli che non valeva la pena guardare da vicino. Dall’apertura sul fondo, quella che il maggiordomo teneva sempre parzialmente coperta con le spalle, proveniva qualcosa che assomigliava a un gorgoglio ma poteva essere altro.
Leamas era in piedi al centro della stanza con le mani intrecciate davanti. Il sorriso che aveva era della misura giusta: abbastanza da essere notato, non abbastanza da dover essere commentato.
“Lord Sogart,” disse quando il padrone di casa entrò, “anche quest’anno abbiamo aiutato altre povere persone.”
L’uomo vestito di nero non rispose subito. Si avvicinò alla porta sul fondo, si fermò, osservò un momento quello che stava dall’altra parte. Poi disse, sottovoce e verso il basso: “Sembra buono.”
“Signore?”
“Quante, Leamas.”
“Tredici, Signore.”
Un momento di silenzio. “Dodici mesi più uno.” Si raddrizzò. “Domani preparalo per cena.”
“Certo.” Il maggiordomo fece una breve pausa: il tipo di pausa che precede qualcosa che si è già deciso di dire. “Comunque l’annuncio di quest’anno è stato molto profittevole. Complimenti. Probabilmente…” L’ultima parola uscì piano, come se avesse voluto restare dentro.
“Probabilmente cosa, Leamas.”
La voce era alta e marcata. Il maggiordomo sollevò le sopracciglia con l’espressione di chi stava aspettando esattamente questa domanda.
“Probabilmente quest’anno è andata così bene perché non ha detto la verità.”
Lord Sogart si girò lentamente verso di lui. Incrociò le mani dietro la schiena.
“Leamas. In questi cinquant’anni non sei mai cambiato.” Il tono era quello di chi spiega qualcosa di ovvio per la decima volta e non ha perso ancora la pazienza. “Le dieci monete d’oro: era stato detto che sarebbero state consegnate. Nessuno ha mai detto che avrebbero potuto tenerle. La cena fino a sazietà — guarda là come si stanno ingozzando di sterpi e rovi. La proprietà all’estero è un abbellimento, concedo. Ma se sommi le due verità e sottrai quella che tu chiami bugia, rimane una verità. E una sola verità non si può chiamare ‘delle verità’. Il plurale sarebbe la menzogna. Quindi, ad onor del vero, si può tranquillamente dire che è stata detta la verità.”
Leamas fece un inchino profondo. “Ha ragione Lord Sogart II. La vostra integrità è intatta. Mi perdoni.”
“Leamas. Non avevi detto tredici? Qui ne conto sol—”
Dal portone di legno arrivò un suono. Rauco, improvviso, un gemito che non era umano ma ricordava qualcosa di umano abbastanza da far girare la testa con violenza.

La Trasformazione

Le due figure con il fazzoletto verde erano già a metà vialetto quando Lord Sogart uscì sul portico. Il viso era paonazzo. Una vena percorreva la fronte da un lato all’altro, scendeva fino alla radice del naso, pulsava.
“Fermatevi!”
I piedi sulla ghiaia accelerarono. Il signore della villa scese i cinque gradini senza rallentare, la veste nera che frustava l’aria dietro di lui. Raggiunse la più lenta delle due figure proprio sulla soglia del cancello di ferro battuto — il confine della proprietà, la linea che separava quello che era suo da quello che non lo era più.
La mano si chiuse attorno al collo dell’animale.
“Avete appena rinunciato alla proprietà all’estero.” La voce di chi non ha più bisogno di urlare. “Ti ho pr—”
Il belato fu profondo e forte. Riempì il vialetto, superò il cancello, raggiunse la strada. La mano si aprì.
Dove un momento prima c’era stato Lord Sogart, adesso c’era un caprone scuro. Grosso, le corna che curvavano verso il basso. Si scosse, fece due passi incerti, poi trovò il passo e raggiunse le due capre oltre il cancello. Tutti e tre si allontanarono senza fretta e senza guardarsi indietro.
Dall’uscio, Leamas osservava. Le mani in tasca. La voce ferma, quasi tenera.
“Tragos. Quasi, quasi mi stavo affezionando.” Una pausa. “Pazienza.”
Rientrò nel salone con il passo di chi ha ancora molto da fare e tutto il tempo per farlo. Si fermò davanti alla porta coperta, ascoltò un momento il gorgoglio che veniva dall’altra parte, poi si girò verso il vialetto deserto.
“Domani andrò nel campo a trovarti un degno successore da trasformare.” Disse verso il buio fuori dal cancello. “Sarà Lord Sogart III.”
La luna era alta e la sua luce cadeva dritta sul capo del servo maggiore della casa, disegnando qualcosa che, a guardarlo di striscio e senza volerlo vedere, assomigliava a due spirali di osso che si arrampicavano verso il cielo come radici cresciute al contrario. Nel viso, due pupille verticali incorniciate di giallo. Un ghigno che non aveva fretta di andarsene.

Lord Sogart non è un demone nell’accezione classica, è qualcosa di più sottile e più antico. La sua forza non è la menzogna ma la verità chirurgicamente incompleta, quella che lascia all’altro l’illusione di aver scelto liberamente. Leamas che osserva con le mani in tasca e la voce quasi tenera è il dettaglio che chiude tutto: in questa villa il vero orrore non abita dietro la porta coperta. Abita chi la custodisce con così tanta cura.