Se si può con i fiori — Racconto oscuro al torrione di porta Castello

Donna con la mano sulla pietra del Torrione di Porta Castello — illustrazione gotica per Se si può con i fiori

Al Torrione di Porta Castello la pietra tiene ancora la forma dei secoli. Dina lo sa, lo ha studiato e in “Se si può con i fiori” arriva al Torrione con qualcosa di più di una borsa di cuoio marrone: una domanda che non si fa ad alta voce. Vicenza Gotica accoglie questa storia di estrazione silenziosa, dove il confine tra pratica esoterica e disfatta personale non è mai del tutto nitido.

Il dono dei fiori

Le piaceva quello che i fiori potevano darle. Sapeva che le persone stanche emanano un calore specifico, leggermente troppo dolce. E sapeva che i fiori a casa sua duravano di più.

Lo schermo del telefono proiettava una luce piatta sul tavolo della cucina. Mezzogiorno e venti. La visita era alle diciotto e trenta.
Stava aspettando che l’acqua bollisse e aveva aperto Wikipedia, seguendo un link da un altro link.
I fiori venivano raccolti al picco della fioritura, posti in acqua di sorgente ed esposti alla luce solare per trasferire la loro “energia vitale”… Bach consigliava di cogliere i fiori nelle prime ore del mattino di un giorno assolato, senza nubi in cielo.
“Interessante” disse, a nessuno.
Chiuse il sito. L’acqua stava bollendo da almeno un minuto.

Verso il Torrione

Il tram per Vicenza era molto frequentato a quell’ora. Dina teneva la borsa sulle ginocchia — cuoio marrone, tracolla larga — e guardava i campi fuori dal finestrino senza vederli. I campi passavano. Lei pensava a quanto dura una cosa prima di diventare essa stessa il posto in cui si trova. Le dita tamburellavano sul bordo della borsa. Si fermarono. Ricominciarono.
Le dita si fermarono di nuovo.

Il Torrione di Porta Castello stava dove era sempre stato, piantato nell’asfalto e radicato nella terra del centro. La luce di fine pomeriggio gli batteva sul fianco e tirava fuori dal laterizio una tonalità quasi arancione, quasi viva.
Dina lo guardò da lontano, dalla parte della stazione.
Il passo accelerò da solo. Se ne accorse e rallentò. Quello che non rallentò era più in basso, più dentro, caldo, non del tutto spiacevole. Le mani sudavano. No, non per il caldo e nemmeno perché una stringeva la tracolla di cuoio della sua borsa. Se ne accorse e allentò la presa.
Bussò. Forse con troppa decisione.

Erano in nove

La porta aprì su una donna di circa cinquant’anni, capelli lisci fino alle spalle, rossetto rosa spento. “Buona sera.”
“Buona sera. Sono qui per la visita.” Una pausa. “Spero di non essere in ritardo.”
“Prego, entri pure.”
Erano in nove. Mentre la guida parlava riguardo la fondazione,  il restauro, la datazione dei mattoni, i suoi occhi facevano già la visita per conto proprio. La testa si spostava da una parete all’altra e le pulsazioni cambiarono frequenza.
Si accorse. Guardò gli altri come per cercare di capire se qualcuno l’avesse notata. No, sembrava di no. “Stai tranquilla”. Troppo forte, troppo veloce.
“Bene signori possiamo iniziare la visita” disse la donna che aveva aperto la porta.
Dina fece un paio di passi anticipando gli altri e si trovò con il naso quasi addosso alla schiena di un uomo che la precedeva. Si fermò. “Calma, stai calma” disse tra sé.
Il gruppo salì le scale. Lei anche. Ogni tanto le dita si avvicinavano al muro. Le dita graffiarono la pietra. Piano. Una volta, due. La mano tremava.
Terza rampa di scale: la guida davanti, gli altri a seguire. Dina rimase un passo indietro. La mano destra era chiusa.

Quando la visita finì al piano terra, si diresse subito verso la porta.
“Signorina, si sente bene?”
La guida aveva notato qualcosa. Il colore, forse. O le piccole gocce sulla fronte.
“Sì, sì. Ho fatto le scale troppo in fretta.” Le dita allentarono la presa sulla tracolla. Un mezzo sorriso. “E poi mi sono ricordata di una cosa. Grazie, è stata una visita formativa. Buona serata a tutti.”
Prese la porta.
Gli altri si scambiarono qualche sguardo. La donna col rossetto rosa guardò le scale, come se l’anomalia fosse rimasta lì.

Sonia

Passarono diversi giorni prima che telefonasse a Sonia.
La voce era debole. Sonia lo capì subito, da come cadevano le sillabe, piatte, senza rimbalzo.
“Vieni tu. Ti fermi a cena.”
“Non ci riesco.”
“Cosa succede?”
Silenzio. Poi niente. Sonia si mise il cappotto e uscì.

La porta dell’appartamento era appoggiata allo stipite. Solo appoggiata, non chiusa. Sonia la spinse ed entrò.
L’aria aveva una consistenza strana.
“Dina?”
“Qui.” Sottovoce. Dal salotto.
La luce era storta. Una lampada accesa di lato, l’altra spenta, le ombre tutte dalla parte sbagliata. Sul divano c’era Dina, o quello che il divano conteneva. Qualcosa che aveva ancora la sua forma ma non più il suo peso. I capelli erano diventati materia, semplicemente. La pelle sul viso e sulle braccia: un lenzuolo grigio sporco, teso sui contorni di quello che stava coprendo.

Il grimorio

Qualcosa risalì in gola a Sonia e le bagnò gli occhi senza arrivare in superficie.
“Non ha funzionato.” Poco più di un respiro. “Eppure avevo capito.”
“Cosa hai fatto.” Il viso rigato.
Dina distese piano l’indice. Vicino all’altro bracciolo del divano: il suo grimorio.
Un cenno stanco degli occhi fece capire a Sonia che poteva.

Sonia lo aprì. Un segnalibro verde scuro indicava la pagina giusta. Un aroma pesante si diffuse nella stanza: aspro, con qualcosa di terroso sotto.
Lesse. “La potenza del Torrione.” Le labbra si schiusero a metà, si richiusero. Lesse ancora.
A margine, con la grafia fitta di Dina: luna calante, terzo quarto, proporzioni 1:10:100, distillazione omeopatica, tre cicli, rimuove tossicità. NB: verificare stato conservazione superfici prima del prelievo.
Sotto, in un secondo momento, inchiostro diverso, pressione più leggera, come se la penna esitasse:
Per quanto durano i muri. Per quanto dura la pietra.
*
Restauro 2019. Intonaco nuovo. Probabilmente irrilevante.

Al lato del divano

Quando alzò gli occhi su Dina c’era qualcosa nello sguardo che non era solo dolore, era una forma di riconoscimento, quasi ammirazione, quasi rabbia.
Sonia chiuse il libro. La sua mano abbracciò quella di Dina. Gli occhi si bagnarono di nuovo e guardavano giù.
“Ha funzionato.” La voce ferma, quasi rassegnata. Un respiro. “Ha funzionato la calce.”
Una pausa. Il mento che cedeva.
“Ci sei riuscita, Dina.”
Dina aveva gli occhi chiusi. Il petto… Sonia non guardò.

Sul pavimento, al lato del divano: il vetro crepato di un tablet. Lo schermo ancora acceso, diviso in due finestre affiancate.
A sinistra, la pagina sui rimedi floreali di Bach, ferma al paragrafo che aveva letto in cucina a mezzogiorno e venti: l’energia vitale trasferita attraverso l’acqua di sorgente e la luce del sole.
A destra, la pagina del Torrione di Porta Castello.

Quello che il racconto non risolve è se Dina abbia sbagliato metodo o destinatario. Il Torrione è ancora lì, restaurato e indifferente; la calce nuova ha coperto qualcosa o forse non c’era niente da coprire, e la colpa era già nei libri aperti sul tavolo di cucina. La nota a margine del grimorio, per quanto dura la pietra, suona meno come una domanda che come una risposta arrivata troppo tardi. Quello che resta è Sonia, il mento che cede, e un tablet con due finestre aperte sullo stesso errore.