L'angelo — storia oscura a ponte San Michele

Figura solitaria sul Ponte San Michele di notte, luce soprannaturale emerge dall'oscurità del Retrone

Sul Ponte San Michele, di notte, la pietra trattiene il freddo come trattiene i segreti. In questo racconto, un uomo arriva da lontano — anni di studio, notti a Bogotá, una lingua che nessuna gola viva è costruita per produrre — per invocare l’angelo che conosce da sempre. L’invocazione riesce. Non nel modo in cui aveva immaginato. Vicenza Gotica ospita storie in cui le certezze si dissolvono in silenzio, senza rumore, con la precisione di qualcosa che sa dove andare.

L'Attesa

Il ponte era lì dove doveva essere, e questo era già strano.
Santiago si fermò un momento prima di salire. Le scarpe sul bordo del marciapiede, la suola che toccava il bordo del granito bagnato. Aveva immaginato questo momento migliaia di volte. La prima volta aveva quattordici anni, il libro ancora chiuso davanti a lui su un tavolo di legno scrostato, le dita che non osavano toccarlo, e fuori dalla finestra sua madre chiamava qualcuno che non rispondeva. Adesso le dita erano fredde e non tremavano. Questo era strano quanto il resto.
Salì.
La pioggia aveva smesso un’ora prima. L’aria sapeva di pietra bagnata e di qualcosa che nessuna lingua aveva ancora nominato. Le candele nello zaino pesavano meno di quanto ricordasse. Anche il libro pesava meno.
Aspettò il buio completo.

Il rito

Distese il telo sul selciato con la precisione di chi ha ripetuto il gesto migliaia di volte nella propria testa. Ogni angolo al suo posto. Le candele ai quattro lati, tre al centro: le accese nell’ordine giusto, quello che aveva dedotto da solo dopo due anni di errori. Il cerchio apparve nella luce oscillante: geometrie dentro geometrie, lettere che il suo maestro aveva bruciato davanti a lui la prima e ultima volta che le aveva chieste e che aveva imparato da solo, lettera per lettera, come si impara una lingua da un dizionario senza mai sentirne il suono.
I quattro contenitori d’argento. L’acqua.
Si inginocchiò, controllò, si rialzò, ricontrollò. Aprì il libro alla pagina giusta, la conosceva a memoria ma aprì il libro lo stesso perché era importante che il libro fosse aperto. Si sedette sullo zaino fuori dal cerchio, le gambe incrociate, le ginocchia che reggevano il peso delle pagine.
Respirò.
Iniziò.

Tre volte

Le parole erano morte da secoli e uscivano dalla sua bocca vive, in una lingua diversa dalla sua e diversa da quella in cui ora viveva. Un ritmo che non somigliava a nessuna musica ma che era musica lo stesso. Qualcosa che si sentiva nel petto prima che nelle orecchie. Dieci minuti. Forse di più. L’orologio al polso si era fermato, e Santiago ignorava da quando. La voce si abbassò sull’ultima sillaba.
Silenzio.
Il fiume sotto. Il vento che spostava una delle fiamme senza spegnerla.
Niente.
Aspettò. Ricontrollò le pagine. Si alzò, chiuse gli occhi, li riaprì. Ricominciò dalla prima parola, stesso ritmo, stessa voce, fino in fondo.
Niente.
Il vento si era fermato. Santiago se ne accorse solo quando smise di aspettare che spostasse le fiamme.
Le fiamme non si muovevano più. L’aria era ferma come dentro un vetro.
Si passò il dorso della mano sulla bocca. Le labbra erano screpolate. Non se ne era accorto.
Le labbra si muovevano ancora dopo che la litania era finita. Dicevano qualcosa in spagnolo — piano, rotto, una sillaba alla volta — qualcosa che non aveva più la forma di una preghiera. Camminava su e giù lungo il bordo del telo senza mai calpestarlo. Le mani stringevano il libro aperto finché le nocche diventarono bianche come la carta.
Un terzo tentativo.
Stesso risultato.
Gli occhi si alzarono verso il cielo. Nero, chiuso, senza stelle. Qualcosa premeva dall’interno della gola verso su, qualcosa che se avesse trovato forma sarebbe diventato un suono che un uomo dovrebbe tenere privato. La mascella si contrasse. Tenne.

La forma di luce

Il punto di luce arrivò senza avvertimento.
Non dentro il cerchio.
Di fianco.
Prima un barlume, quasi un riflesso, quasi l’inganno di un lampione sull’acqua. Poi più largo, più presente, ma senza aggredire gli occhi. Una luminosità che si guardava senza dolore, come si guarda qualcuno che conosci in un sogno e sai che è reale anche se ha un volto sfumato.
La forma era umana nel modo in cui una parola è umana: conteneva qualcosa di umano, ne aveva la struttura, ma era fatta di altro. L’acqua nei contenitori d’argento si era fermata in modo diverso: ferma come qualcosa che ha smesso di ricordare di essere liquida. Una delle candele bruciava senza consumarsi. Santiago non ci fece caso subito. Poi ci fece caso.
Santiago fece un passo indietro. Il tallone colpì lo zaino. Rimase in piedi.
Le ginocchia cedettero di mezzo centimetro. Il diaframma si strinse. La saliva cambiò sapore, qualcosa di metallico, come dopo una caduta.
Non era paura. Era qualcosa che la paura non aveva ancora raggiunto.
“Chi sei, signore?” La voce uscì ferma. Ne fu quasi sorpreso.
“Sono chi pensi che io sia.”
Il tono era morbido. Come qualcosa che cede sotto la pressione senza opporre resistenza.
Santiago aprì la bocca. Lo spirito lo precedette.
“Le ali. L’armatura. La spada.” Una pausa che non era una pausa. Era semplicemente il tempo che passava in modo diverso. “Credi che io abbia bisogno di un corpo per essere.”
La mente di Santiago diede la risposta prima che lui potesse formularla. La bocca si richiuse.
Capì.
E nel momento in cui capì — non dopo, non qualche secondo dopo, ma esattamente in quel momento — qualcosa si aprì al centro del petto. Non un dolore. Una pressione. Come quando una cosa che reggeva da troppo tempo cede di schianto e il corpo non sa ancora se deve cadere.

La verità

“Sono contento, signore, che tu abbia risposto alla mia invocazione.”
Le parole erano quelle che aveva preparato. Uscirono meccaniche, come una porta che si apre per abitudine anche quando la casa è vuota.
“Io non ti ho risposto.”
Pausa.
“Sono qui di mia volontà. Cosa ti fa supporre che degli esseri umani possano assoggettarci in qualche modo?”
Qualcosa prendeva forma nella crepa del petto. Non aveva il calore della rabbia né il colore della vergogna. Era più secco. Più definitivo.
Gli occhi scesero sul cerchio, le candele, i contenitori, l’acqua ferma che rifletteva la luce della forma luminosa. Poi ai suoi piedi, sul granito bagnato. Tutto al suo posto.
Tutto perfettamente al suo posto.
Il corpo cercava l’equilibrio senza che Santiago glielo chiedesse. Le gambe si aggiustavano di qualche millimetro, come su una superficie instabile.
“Ammiriamo la tua dedizione.” La voce era ancora morbida. “La forza.” Un’altra non-pausa. “Anche le battaglie che hai perso, le ammiriamo. Soprattutto quelle.”
Una pausa che non era esitazione.
“Anche se le hai perse tutte. Questa compresa. L’ultima.”
Non c’era disprezzo. Questo era il punto: non c’era disprezzo, non c’era pietà, non c’era niente di umano nel tono perché il tono non aveva bisogno di essere umano. Era solo vero. Freddo non come il ghiaccio ma come la temperatura dell’aria prima dell’alba: quella temperatura che non ha intenzioni.

Il fiume

Lo spirito svanì.
Svanì, come si ritira una domanda che ha già avuto risposta.
Santiago rimase fermo qualche secondo. Le candele bruciavano ancora. L’acqua nei contenitori d’argento era ferma.
Poi cominciò a raccogliere.
Prese le candele e le spense una per una. Nell’ordine sbagliato. Le buttò nello zaino. Il libro dietro, senza chiuderlo, le pagine che si piegarono contro il fondo. I contenitori d’argento con l’acqua ancora dentro, che bagnò tutto il resto.
Arrotolò il telo alla rinfusa, lo compresse nello zaino a forza.
Chiuse le cerniere.
Sollevò lo zaino e lo appoggiò con cura ai piedi del ponte. Lo raddrizzò. Si assicurò che stesse in equilibrio sulla superficie irregolare del selciato.
Poi si allontanò.
I passi sul selciato bagnato facevano un suono preciso, regolare: il suono di qualcuno che sa dove sta andando anche se non c’è nessun posto.
Lo zaino rimase lì, ordinato e preciso, nell’unico gesto che Santiago aveva ancora saputo fare nel modo giusto.
Il fiume continuò.

Quello che San Michele mette in scena non è un fallimento rituale. È qualcosa di più difficile da nominare: la dissoluzione dell’asse attorno a cui una vita intera si è orientata. Santiago non perde la battaglia: scopre che non c’era nessuna battaglia, che il cerchio perfetto, il libro consumato, gli anni di preparazione erano pareti di qualcosa che non esisteva più. La luce svanisce come svanisce un pensiero. Ma il danno, se così si può chiamare, è già attraversato, stanza per stanza, senza lasciare macerie visibili. Solo peso che sparisce. E forse è questo il gesto più perturbante del racconto: Santiago raccoglie le cose. Chiude le cerniere. Si aggiusta le cinghie. Il corpo continua, anche quando non c’è più nessun motivo per farlo.