Gli occhi del gigante — Racconto gotico al Torrione di porta Castello

Ci sono strutture a Vicenza che i vicentini hanno smesso di vedere. Il Torrione di Porta Castello è una di queste: una massa di pietra e mattoni che occupa l’aria da secoli senza mai aver chiesto il permesso. In “Gli occhi del gigante”, quando la luce delle cinque tocca i vetri e costruisce le sue aperture di buio, un uomo si ferma sul finire di Viale Roma. Quello che credeva di guardare comincia a guardare lui.
L'incontro
Stava guardando lui.
Forse no.
Simone si era fermato sul finire di Viale Roma senza deciderlo la bocca che si apriva di un centimetro, lo sguardo che saliva e continuava a salire. Davanti a lui c’era qualcosa di enorme. Una presenza che occupava il suo sguardo.
Non erano le dimensioni a stringergli il petto o forse sì, forse era quello. Era qualcos’altro.
Quegli occhi. Troppi. Mal distribuiti. Immobili. E invece no. Erano Su di lui.
Il suo cane abbaiava. E tirava.
Il primo occhio
Il primo occhio era in alto, leggermente a destra. Ci guardò dentro e vide se stesso.
La stessa pettinatura. Stessa carnagione ambrata. Stessa forma del viso, stesso naso, stessa piega delle spalle che inizia a cedere un millimetro l’anno senza che te ne accorga. Era lui. Esattamente lui.
Tranne gli occhi.
Negli occhi del riflesso c’era qualcosa che non riconosceva come suo o forse sì, forse era esattamente suo. Una rabbia vecchia. Non la rabbia fresca di una lite o di un torto recente: l’altra, quella che si deposita negli anni come sedimento, quella a cui non viene mai data libertà e che alla fine trova la propria forma. Prepotente come acqua in un fiume in piena che ha trovato un argine debole. Simone la sentì arrivare: una pressione dietro gli occhi, qualcosa che saliva dal petto verso su.
Fece un passo indietro.
Il cane no. Il cane tirava avanti, tirava con tutto il peso del corpo, e lo strappo del guinzaglio gli spostò l’attenzione di forza. Poco più a sinistra. Simone batté le palpebre.
Il secondo occhio
Il secondo occhio. Ci cadde dentro quasi per caso. Era lì, nella traiettoria naturale dello sguardo che cerca un appoggio dopo il rifiuto. E il riflesso era ancora lui: stessa pettinatura, stessa carnagione, stesso cedimento delle spalle. La bocca.
Angoli tirati verso il basso. Labbra leggermente stirate verso i lati. Una tensione millimetrica ai margini della mascella.
Simone la conosceva quella forma. L’aveva vista sulle facce degli altri, mai cercata sulle proprie. Era l’espressione che faceva sembrare deboli. Quella che nessuno avrebbe mai dovuto vedere nel suo viso.
Qualcosa si contrasse sotto lo sterno.
Comunque non sono io — ripeté. Più secco. Strappò lo sguardo via con un gesto della testa, come si strappa un foglio.
Il Terzo occhio
Il terzo occhio lo aspettava un poco più in là. Il riflesso non cambiava. Non sarebbe cambiato. Solo: qualcosa nel modo in cui le spalle del riflesso scendevano, quella specifica inclinazione che non è stanchezza muscolare ma è il peso distribuito male di ciò che non si è fatto. Non una cosa. Tante. Simone le sentì tutte in sequenza, rapide, senza immagini precise: solo il peso. Quella consistenza fisica delle occasioni che si erano chiuse da sole perché lui non aveva mosso un dito in tempo, o aveva mosso il dito troppo tardi, o aveva deciso di aspettare ancora un po’ e il po’ era diventato sempre.
Il guinzaglio chiamò di nuovo. Deciso.
Si defilò quel tanto che bastava a far uscire il riflesso dal campo visivo.
Il quarto occhio
E il quarto occhio era lì ad aspettarlo. Il riflesso era ancora lui o quasi. Un millimetro di differenza che cambiava tutto. Spalle indietro di un centimetro. Mento con un’inclinazione leggermente diversa. Quella disposizione del corpo che hanno le persone che hanno scelto e portano le proprie scelte nel modo in cui occupano lo spazio.
E la bocca.
Un mezzo sorriso asimmetrico. Solo un lato. Il labbro sinistro appena sollevato in quel modo specifico che non è allegria, che non è nemmeno crudeltà, ma è quella cosa precisa che sta nel mezzo, che guarda dall’alto senza alzare la voce.
Simone non riuscì a staccarsene subito.
Era lui. Era esattamente lui. Quella versione di lui che ad un certo punto aveva smesso di aspettare e aveva fatto qualcosa. Qualunque cosa. Non sapeva cosa. Non importava cosa. Importava che quel riflesso aveva scelto, e il peso di quella scelta lo portava addosso come si porta qualcosa che è davvero proprio. E stava guardando Simone dall’alto con quella bocca, con quella piega. Con la pazienza di chi sa già come va a finire.
Simone scosse la testa. A destra, a sinistra. Veloce. Si piegò verso il basso quel tanto che bastava.
Solo riflessi. Solo la mia immaginazione. Forse no.
Forse era meglio andarsene. Probabilmente.
Il cane abbaiava. E tirava.
Simone guardò attorno. Le altre persone camminavano lungo viale Roma. Passavano davanti senza fermarsi, senza rallentare, senza guardare su. Simone li guardò. Forse avevano ragione loro.
Il quinto occhio
Ma il quinto occhio lo stava chiamando. Anche il cane.
Più in basso. Buio. Ma non il buio ordinario, non l’assenza di luce, qualcosa di più antico. Una densità. Simone la sentì prima di vederla: come aria che cambia temperatura appena prima di un temporale, come la pressione che precede qualcosa che non si può più non sapere.
Non aveva la forma di una minaccia.
Aveva la forma di un’apertura.
Qualcosa laggiù si muoveva o era lui che si muoveva verso di essa, senza decidere. E quella cosa buia non stava aspettando di divorarlo: stava aspettando che si fermasse abbastanza a lungo da riconoscersi. Stava raccogliendo tutto ciò che lui aveva seppellito, non per farglielo vedere, ma perché smettesse di fingere di non sapere dov’era.
Il cane si ritrasse.
Simone si sporse in avanti.
Un piede lo fece arretrare. Anche l’altro. Quasi inciampò sul cane che si era messo di traverso. Recuperò l’equilibrio con un movimento goffo, braccia aperte, il guinzaglio che oscillava.
Forse fu meglio così. O forse no.
Il sesto occhio
Il sesto occhio era piccolo e a sinistra. Quasi non lo vide. Lo percepì prima, quella sensazione laterale di qualcosa che sta per accadere. Due braccia di oscurità che si diffondevano nell’aria come vapore. Simone le sentì sulla testa, sulle tempie prima, poi più in profondità, poi come dita che si fanno spazio tra i pensieri cercando qualcosa. Cercavano nel taciuto. Trovarono. Cose che dovevano rimanere dove stavano, sotto il livello in cui si vive, in quella zona che non ha nome e non ne vuole. E spingevano verso quella soglia. Pungoli che volevano far passare dall’altra parte ciò che stava al sicuro nel buio.
Fu il suo corpo a salvarlo. Una quantità insolita d’aria che entrò da sola, poi una contrazione forte sotto lo sterno che la fece uscire dandole una voce.
Un urlo.
Breve. Involontario. Simone si spaventò, non per il tono, non per il volume: perché non lo riconobbe suo. Non aveva la tonalità con cui si immaginava di urlare.
Il cane lo guardava. Alcuni passanti sorridevano.
Il settimo occhio
Il settimo occhio era più giù. Simone lo trovò senza cercarlo o fu l’occhio a trovare lui. Ci guardò dentro.
Niente.
Non vuoto: niente. Una differenza sottile ma assoluta. Il vuoto ha una forma. Il niente non ha margini. Il niente dentro quell’occhio di pietra stava parlando senza suono, stava incidendo una pagina che Simone non avrebbe voluto leggere, stava dicendo con quella precisione sorda e inesorabile tutte le cose che lui non si era mai detto. Non i rimpianti, non la rabbia, non la paura: quelle le conosceva. Questa era l’altra cosa. Quella che non ha ancora trovato forma. Quella che aspetta.
Simone si spense. Come quando una candela torna ad essere solo cera dopo che qualcuno ne ha spento la fiamma.
E comunque, forse quell’occhio non era rivolto verso di lui. Forse sì. O era il contrario.
Il cane
Il cane abbaiava. Tirava. Si girava sull’asfalto.
Simone fece un passo avanti. Poi un altro. Il guinzaglio guidava. Le gambe seguivano. I piedi che sanno la strada meglio della testa, che continuano anche quando il resto si è fermato.
Attraversò Porta Castello.
Solo allora, voltandosi una volta, per un secondo, vide cos’era. Il Torrione. Quella massa di pietra e mattoni che i vicentini passano ogni giorno senza guardarla. Il controsole delle cinque del pomeriggio, quando la luce tocca i vetri e mette in evidenza le aperture costruisce uno strano effetto. Probabilmente.
Fece la strada di casa che conosceva a memoria.
Il cane era contento.
Sette occhi. Sette riflessi. Nessuno mente.
Il racconto non usa il Torrione di Porta Castello come sfondo: lo usa come strumento, una macchina ottica che non amplifica la luce, ma quello che si portava già dentro prima di fermarsi. Ogni apertura restituisce una versione di Simone che esiste, che è esistita, che avrebbe potuto esistere: la differenza tra loro non è il destino, è un centimetro nella posizione delle spalle, un mezzo sorriso sul lato sbagliato della bocca. Il settimo occhio, però, non restituisce niente. Non è vuoto, è niente, e la distinzione conta. Forse è lì che finiscono le versioni di noi stessi a cui non abbiamo mai dato un nome.
Autore e ricercatore indipendente di folklore vicentino. Collaboro con la testata locale ViPiù e dedico la mia scrittura a ciò che Vicenza non mostra apertamente: leggende sepolte, simboli dimenticati, storie che sopravvivono nell’ombra dei vicoli e nel riflesso degli specchi. Vicenza Gotica nasce dalla convinzione che ogni città abbia un doppio — e che valga la pena cercarlo.



