Enigmatiche notti — Poesia oscura al Torrione di porta Castello

Disegno gotico del Torrione di Porta Castello di notte, con una candela al centro e ombre che emergono dalla pietra

Nel cuore oscuro di Vicenza, il Torrione di Porta Castello non è mai stato soltanto pietra.  Muto, pesante, capace di trattenere ciò che la luce non vuole vedere. Enigmatiche notti al Torrione di Porta Castello è una poesia che abita quel confine dove la follia smette di essere una caduta e diventa una forma di resa consapevole. Candele esauste, statue che piangono, occhi che tornano dall’oblio: ogni immagine è un gradino verso il buio.

La candela esalò l’ultimo respiro,
riecheggiando nella spettrale cattedrale,
custode silenziosa
di enigmatiche notti.

Occhi riemergono dall’oblio,
scrutano curiosi l’aldilà,
anime annoiate si sfidano,
pugnali affilati penetrano
cuori privi d’ogni emozione.

Futili lacrime insensate
scivolano sul candido marmo,
sui seni perfetti
di sontuose statue scolpite,
che celebrano la magnifica morte.

Intonate un glorioso canto,
innalzate altari d’ombra,
gloriosi strappatevi gli occhi,
fuggite nell’oscurità del Torrione.

Là cedetti alla follia,
incatenato come un cane,
scavando una misera fossa,
attesi che la rosa morisse
tra le mie mani.

La poesia non racconta una discesa, la esegue. Il lettore non assiste alla follia del parlante: la respira, la misura nei suoi gesti rituali, nei pugnali, negli altari d’ombra. Il Torrione non è sfondo ma destinazione inevitabile, il luogo in cui l’incatenamento smette di essere punizione e diventa l’unica forma di appartenenza rimasta. La rosa che muore tra le mani non è simbolo: è il tempo, è il corpo, è tutto ciò che si stringeva ancora quando non c’era più nulla da stringere.