La discesa — racconto horror al Torrione di porta Castello

C’è una porta che non dovrebbe essere aperta. Varsha lo sa. Eppure il palmo è già sul legno, e il legno cede. La discesa nel Torrione di Porta Castello nasce da un gesto banale, quasi infantile: convincere qualcuno a fare un’eccezione. Ma certi spazi sotto Vicenza non perdonano i capricci. E certi ascensori, una volta chiusi, non consegnano indietro la stessa persona che è entrata.
C'era solo una porta
La porta era chiusa.
Eppure il palmo della mano di Varsha era già premuto contro il legno, e il legno cedeva.
Corso Palladio l’aveva lasciata indietro qualche minuto prima: i tavoli del ristorantino, le voci, l’odore di vino che aveva cercato di confonderle in qualcosa di simile alla compagnia. Simile alla compagnia. A Vicenza da tre settimane, nessuno che sapesse ancora il suo nome, nessuno a cui importasse saperlo. Andava bene così. Era andata via proprio per questo: per smettere di avere persone intorno che pensavano di sapere già tutto di lei. Adesso c’era solo questo: un faretto puntato sul cartello appeso alla porta d’ingresso del Torrione, la luce che tagliava la scritta a metà. Evento unico. Visita notturna al Torrione. Ultima visita ore 21:30. Guardò l’orologio. Guardò di nuovo la porta. Non c’era niente da capire; c’era solo la porta, aperta.
Entrò.
La tenda grigia
L’uomo stava spazzando. Il gesto era lento, quasi meditato, la scopa che descriveva un arco regolare sul pavimento di pietra, il manico che ruotava tra le dita con la precisione di qualcosa che si fa da sempre. Si voltò senza sorpresa. Capelli scuri, ordinati, un vestito scuro che sembrava venire da un’altra decade, forse da un’altra epoca. Occhi color nocciola che non si muovevano in fretta.
“Buona sera, signorina.”
“Buona sera.” Impacciata. “Sono qui per la visita.”
“L’ultima visita programmata era alle 21:30.” Gentile. Inequivocabile. “Quasi un’ora fa.”
“E quando sarà possibile fare la prossima visita notturna?”
“Non saprei. Quello di oggi è stato un evento eccezionale. Probabilmente non si ripeterà a breve.”
Varsha sentì qualcosa stringersi sotto lo sterno e non capì cosa fosse. Fece un passo avanti. “Però la porta era ancora aperta.”
“Stavo uscendo.” L’uomo non si irrigidì, non si spostò di un millimetro. “Inoltre la guida se n’è già andata, e io non sono qualificato per la visita al Torrione. Può tornare il sabato o la domenica, dalle 14 alle 17:30.”
“Ma adesso non c’è più nessuno?”
“Solo noi, signorina.”
Quella risposta avrebbe dovuto chiudere la cosa. Varsha lo sapeva. Sapeva anche che stava sorridendo in quel modo. Quel modo che aveva imparato tardi, dopo aver lasciato casa, dopo aver capito che poteva usare il sorriso come si usa una leva. “Beh, allora non si potrebbe fare un’eccezione? Dato l’evento eccezionale…” allargò le mani, un gesto leggero, complice. “Uno strappo alla regola?”
Regola. Solo a pronunciare quella parola il fiato le si fermò un secondo, come aprire un cassetto che si pensava vuoto e trovare dentro le stesse cose di sempre, le stesse identiche cose lasciate a cento chilometri di distanza. Le regole di casa. Le regole della famiglia. Le regole che aveva smesso di seguire il giorno in cui aveva fatto le valigie. Un secondo. Solo un secondo per ricacciare giù quella sensazione.
“Mi spiace, signorina, ma non mi è permesso far salire nessuno al di fuori dell’orario di visita.”
“Capisco.” Pausa. Poi, con un tono leggermente diverso, scherzoso, quasi innocente: “Ma senza infrangere nessuna regola… potrei solo guardare la stanza al piano terra? Solo un minuto. Se il divieto era per il salire…” — un sorriso che diceva dai, lo sai che hai già perso — “prometto che non farò nemmeno un gradino.”
L’uomo la osservò. Quella pausa aveva un peso preciso, non esitazione, valutazione. Poi passò la scopa da una mano all’altra. Lento. Un gesto che avrebbe dovuto essere distratto e invece era… qualcosa strideva, il movimento troppo calibrato per essere sopra pensiero. Quel passaggio preciso fece scostare il lembo di una lunga tenda grigia che costeggiava la parete. Dietro: una porta. Piccola. Scura.
“E quella?” chiese Varsha subito, senza aspettare risposta alla domanda precedente.
“Da qui si scende nel … .”
Si scende. Le parole fecero qualcosa al petto. Una piccola apertura, come quando si trova un varco in un recinto che sembrava senza interruzioni.
“È un vecchio ascensore che porta ai piani inferiori.” L’uomo continuò con lo stesso tono, uniforme, senza pieghe. “Ora non funziona molto bene. Arriva fino all’ultimo piano senza fermarsi, si ferma qualche secondo senza aprire le porte, poi risale. Non molto utile.”
“Posso provarlo?” Varsha si era già avvicinata di mezzo passo. “Scambio il minuto di prima con una manciata di secondi. Scendere e salire. Cosa può succedere?” Poi, più morbida: “Poi me ne vado, promesso. Sarebbe così gentile?”
Una pausa. “L’ascensore è piuttosto stretto. Soffre di claustrofobia?”
“No.”
L’uomo aprì la porta con un gesto che era insieme cortese e formale, quella categoria di gesti che non invitano davvero ma non rifiutano nemmeno, che appartengono a un protocollo così antico da non avere più un nome. “Prego.”
Entrò senza accorgersi che la cabina era illuminata solo dalla luce che veniva dall’esterno.
La porta venne chiusa.
Buio completo.
Un secondo, uno solo, in cui le gambe vollero un passo indietro e il passo indietro non volle accontentarle. Poi: che figura. Ormai.
La piattaforma cominciò a scendere.
Il campo di fiori
Qualcosa di luminoso nel buio, non luce vera, più come la memoria della luce, come gli schemi che compaiono quando ci si preme i pugni sugli occhi. Triangoli. Un quadrato storto che non chiudeva gli angoli. Una sfera irregolare che pulsava senza un ritmo riconoscibile. Varsha rimase ferma, le braccia lungo i fianchi, e guardò. Poi una stella gialla e verde; un lampo; una pausa netta.
Un campo di fiori.
Petali rossi con il centro giallo. Quei fiori, quelli che sua madre metteva sulle fotografie degli antenati, quelli che non aveva più voluto guardare: si attorcigliavano l’uno sull’altro, lenti, metodici, in un gesto che aveva qualcosa di deliberato, di voluto. Guardavano. Quelli che cedevano appassivano verso il basso; quelli che restavano crescevano sopra, si allargavano, occupavano lo spazio di quelli scomparsi. Qualcosa urlò. I fiori urlarono. Un suono che non aveva frequenza, che era più un’apertura che un rumore, e lei era lì dentro, era dentro quell’apertura. Uscire. Premere qualcosa. Dov’era la parete. La piattaforma continuava a scendere. Le mani trovarono i capelli prima di trovare qualsiasi altra cosa; strinsero senza che lei lo decidesse, strinsero come se la testa avesse bisogno di essere tenuta insieme dall’esterno.
Poi silenzio. Un secondo di vuoto con bordi netti.
Rimase in piedi. Le mani ancora nei capelli.
Il ronzio
Il ronzio arrivò senza annunciarsi, e con esso, per un istante, l’odore: menta, appena, come la traccia di una foglia sfiorata. Poi il ronzio si gonfiò e l’odore sparì dentro di esso.
Prima basso, quasi organico, la frequenza delle cose che vibrano dentro i muri, che appartengono all’edificio più che all’aria. Poi la piattaforma scese ancora e il ronzio crebbe, si moltiplicò, assunse quella consistenza densa di quando il suono smette di essere suono e diventa materia, qualcosa che sposta l’aria, che ha un peso, che si appoggia. Varsha portò le mani alle orecchie.
Tra i palmi e i timpani: il metallo.
Un suono come lamiera che cade su altra lamiera. Quell’eco che invece di spegnersi si moltiplicava, si biforcava, rimbalzava dentro e fuori di lei a caso, senza ritmo, senza centro. Le gambe capirono prima della mente che il pavimento stava diventando inaffidabile, i piedi che cercavano un appoggio, le ginocchia che cedevano e recuperavano, le spalle che trovavano la parete e la parete che non restava ferma. Varsha sbatté. Gomito destro, spalla sinistra, l’odore del ferro nelle narici: aspro, metallico, reale come il resto non lo era. La nausea salì lenta dalla base dello sterno. Qualcosa premeva verso l’alto, cercava un’uscita.
Poi, forse svenne. O forse il corpo trovò un modo di stare insieme che la mente non registrò. Un momento senza bordi, senza sequenza.
La menta
L’aria cambiò.
Un silenzio diverso portò qualcosa di fresco, non la temperatura dell’aria condizionata, più sottile: quella qualità verde e porosa che ha l’aria quando passa vicino all’erba appena bagnata, una pressione morbida che non ha temperatura, che si appoggia sulle mucose come qualcosa di vivo. Varsha respirò. Le spalle scesero di qualche millimetro.
L’odore si precisò.
Menta. Di nuovo, ma diversa: non più una traccia, qualcosa di più fermo, come se avesse deciso di restare. Gentile. Quasi attento; come se volesse darle il tempo di abituarsi prima di esistere del tutto. Varsha respirò ancora. Qualcosa dentro la cassa toracica cominciò a cedere, non di colpo, a strati, come ghiaccio che si incrina dall’interno senza ancora rompersi.
La piattaforma continuava a scendere.
E l’odore continuava a crescere. Quello che era stato gentile diventò preciso; quello che era stato preciso diventò invasivo. Come se le porte della delicatezza, quelle con cui era arrivato, venissero rimosse una per una, senza fretta, senza rumore. La menta adesso non era più nell’aria: era dentro, era nelle membrane, si arrampicava lungo i seni nasali con la pazienza metodica di chi sa dove sta andando. Su, fino alla fronte, fino dentro l’osso frontale. E là premeva. Premeva con qualcosa di acuminato. Graffiava risalendo, graffiava restando, e quando aveva raggiunto la fronte cercava un modo per uscire dall’altra parte.
Un sobbalzo brusco della piattaforma interruppe tutto.
Il cioccolato
Poi il gusto.
Amaro. Pulito. Quel tipo di amaro che ha qualcosa di genuino, che non simula altro, che dice esattamente quello che è. Arrivò senza una fonte, senza che Varsha avesse mosso la bocca o deglutito; era semplicemente lì, depositato sulla lingua come se ci fosse sempre stato e lei ci avesse messo del tempo ad accorgersene.
Cioccolato fondente. Dell’ottimo cioccolato fondente.
Varsha era ferma nel buio assoluto, nel silenzio assoluto, e sentiva il cioccolato. Il contrasto con il niente che la circondava rendeva quel gusto ancora più presente. Il vuoto amplificava la sua esistenza, e il gusto rendeva il vuoto ancora più vuoto. Rimase lì dentro, in quello spazio tra le due cose, più a lungo di quanto avrebbe voluto.
Il portiere. La scopa. Lo scambio — sarebbe così gentile? — il sorriso usato come una chiave.
L’ascensore rotto, aveva detto. Si ferma qualche secondo e poi risale.
Quanto doveva scendere ancora?
Una scopa
La risposta arrivò con il corpo.
La piattaforma accelerò, o forse invertì la direzione, era impossibile dirlo; quello che il corpo trasmise era la sensazione del cambio di pendenza, quella pressione interna che si prova sulle montagne russe nell’istante in cui la discesa diventa salita o la salita diventa caduta. Su o giù. Le viscere non dissero quale. Dissero soltanto: qualcosa è cambiato.
La piattaforma si arrestò. Di colpo.
Per istinto, per non cadere, Varsha allungò una mano verso la parete.
La parete si aprì.
Una fievole luce entrò. La porta, quella da cui era entrata, si era aperta come se fosse stata solo accostata. Come se non fosse mai stata davvero chiusa, come se il buio dentro fosse bastato a tenerla.
Varsha uscì. Il palmo della mano era aperto, nell’aria, dove aveva trovato la porta invece della parete. Lo guardò un momento. Mai più.
Si voltò per chiudere la porta dell’ascensore. Un gesto automatico. La stessa cura con cui si chiudono le porte quando si entra in casa d’altri, anche se non si è stati invitati.
La vide.
Dentro la cabina: assi di legno consumate sul pavimento. Un secchio di metallo ammaccato. Una scopa appoggiata alla parete.
La scopa.
Il manico che aveva visto ruotare tra le mani dell’uomo, quel gesto lento, calibrato, il lembo della tenda grigia che si scostava. Varsha rimase ferma. La domanda giusta non arrivava; arrivava solo il perimetro della domanda, la sagoma di qualcosa che non riusciva ancora a prendere forma. Quella sensazione di smarrimento… stava iniziando di nuovo?
Uscì dal Torrione senza chiudere niente. Senza voltarsi.
Le luci dei lampioni
Varsha si diresse verso i giardini.
Alle sue spalle invece il cartello sulla porta del Torrione non c’era. Il faretto non c’era, nessuna scritta, nessuna luce puntata sopra. La porta era quella di sempre, di legno scuro, chiusa.
Un passo, due, la pietra sotto i piedi che aveva quella pressione familiare, quella tattile certezza che il corpo riconosce senza doverci pensare.
Il selciato di Porta Castello rifletteva le luci dei lampioni: cerchi gialli, precisi, ognuno con la propria ombra sotto. Le ombre delle colonne, le ombre delle pietre sporgenti, le ombre degli orli dei marciapiedi. Tutto aveva la propria ombra.
Tranne Varsha.
Quello che il racconto non spiega è più inquietante di quello che mostra. La scopa nell’ascensore non è un errore narrativo: è la frattura che rende impossibile rimettere insieme la sequenza degli eventi. Il custode era lì, poi era altrove, poi era dentro una cosa che non poteva contenere una persona viva. Varsha esce, ma l’ultima immagine, il selciato di Porta Castello che restituisce le ombre di tutto tranne che di lei, suggerisce che qualcosa è rimasto giù. Forse la certezza di occupare spazio nel mondo.
Autore e ricercatore indipendente di folklore vicentino. Collaboro con la testata locale ViPiù e dedico la mia scrittura a ciò che Vicenza non mostra apertamente: leggende sepolte, simboli dimenticati, storie che sopravvivono nell’ombra dei vicoli e nel riflesso degli specchi. Vicenza Gotica nasce dalla convinzione che ogni città abbia un doppio — e che valga la pena cercarlo.



