Quello che non si stava cercando: riflessione al mercato di Vicenza

Di sagome, presenze e ciò che il freddo di dicembre rivela. Un mercato vicentino come esercizio dello sguardo.

Sagome al mercato di Vicenza nella nebbia di dicembre. Illustrazione a matita.

Il gotico non si trova solo nei castelli e nei cimiteri. A volte abita un sabato mattina di dicembre, tra i banchi del mercato di Vicenza, dentro il gesto di un uomo che sceglie la sua unica mela come se stesse scegliendo qualcosa di sacro. Questo testo è un esercizio dello sguardo: parte dall’atteggiamento blasé di Simmel, passa per la fenomenologia di Merleau-Ponty, e arriva dove la teoria non arriva: a Marta, a Mauro, alle sagome che forse esistevano già prima di noi. Ciò che si trova non era quello che si stava cercando. È di più.

Le porte si aprono

Dicembre. Sabato di prima mattina, il mercato apre le sue porte. Si cerca il dono della terra, ma si trova ciò che il denaro non può toccare.
Il mercato di Vicenza ha, a quell’ora, qualcosa di antico. La nebbia che non si è ancora decisa ad andarsene. Le sagome che si muovono tra i banchi con quella lentezza propria di chi conosce bene il proprio posto nel mondo: chi dispone cassette, chi sistema pesi, chi soffia sul caffè in un bicchiere di carta. I giubbotti pesanti, verde, blu, grigio scuro, con i bordi consumati e le macchie di terra che nessuno si è mai preoccupato di togliere. Sembrano costumi. Sembrano persone che esistono da sempre, che esistevano già quando nessuno di noi era ancora nato. Forse esistevano. Forse il mercato è uno di quei luoghi che non iniziano e non finiscono, che continuano da qualche parte anche quando le luci si spengono e le casse vengono chiuse a chiave.
L’aria, fredda. Prima finisci, meglio è.

Quello che appare agli occhi

Lo sguardo scorre tra i banchi: cerca la forma, il colore, l’aroma. Ignora il resto. Le sagome dietro diventano sfondo. Figure. Un piede avanza, l’altro lo segue.
È così che si è abituati a guardare. Passando sopra le cose ma non dentro.
Georg Simmel lo chiamò atteggiamento blasé: la risposta del sistema nervoso alla sovrabbondanza di stimoli della vita moderna. Non indifferenza morale, precisò, ma anestesia necessaria. Una difesa.¹ Il problema è che le difese non distinguono tra ciò che minaccia e ciò che nutre.

Marta

Si può scegliere di vedere in modo diverso. Allora le sagome si definiscono. Una ragazza dietro ai banchi di mezzo. Alta, occhi simili a perle, treccine castane, gli angoli della bocca rivolti in alto. Un modo di stare ferma che è l’opposto dell’immobilità: è presenza. Osserva chi passa con la discrezione di chi ha imparato che le persone si aprono solo se non ci si accorge di guardarle e regala un saluto. Si chiama Marta.
Quando parla, la voce è precisa, senza fronzoli.
«È piacevole l’atmosfera che si respira qui. Suggerire una preparazione. Incontrare avventori, i nuovi e quelli di sempre. Un benvenuto, uno scambio di parole, un sorriso. Da gioia.»
Non sta descrivendo un mestiere. Sta descrivendo qualcosa che la maggior parte delle persone impara presto a non dire.

Mauro

E si può scegliere di ascoltare in modo diverso.
Poi arriva Mauro. Sotto un cappello di lana, il colletto del giubbotto alzato fino alle orecchie e una voce che rompe il gelo. Una voce matura, un tono di chi ha capito che la vita è troppo breve per parlare sottovoce.
«Non si muore di sete sull’argine dell’Adige!»
L’occhio scruta in attesa di una risposta con un barlume che accende un eco nel cuore. La temperatura fuori non è cambiata. Ma per un momento — breve, inaspettato — si ha la sensazione di essere stati visti. Non guardati. Visti. Ed è una sensazione scomoda, come tutte le cose vere.
La battuta sembra una battuta. Non lo è. Lo è.
Quando si è davanti all’abbondanza, dice più tardi, con la semplicità di chi non sta cercando di convincere nessuno, non si resta a mani vuote. Al mio banco le tue si possono riempire.

Il velo e ciò che nasconde

C’è qualcosa di antico nell’abitudine di non vedere. Non è pigrizia. È una scelta, spesso inconscia, di restare in superficie perché la superficie è più gestibile. Entra, prendi, paga, esci. La forma del buongiorno, la forma del sorriso, la forma del contatto umano.
Nessuno chiede di fermarsi. Nessuno chiede di guardare.
Se si prova a farlo si rivelerà anche il bagliore della sostanza.
Si noterà un uomo su cui sono passati molti giorni. Sceglie la sua unica mela con la cura con cui altri scelgono i diamanti: la gira tra le dita, la valuta, la rimette giù, la riprende. Non è lentezza. È rito.
Si noterà una donna con tre bimbi che contratta cinquanta centesimi con una serietà totale. I bambini aspettano in silenzio. Sanno che quei cinquanta centesimi contano.
Si noterà un’increspatura nell’ombra. Qualcosa che non si sa nominare ma che si riconosce, come si riconosce il freddo prima ancora di sentirlo.
Maurice Merleau-Ponty scriveva che percepiamo il mondo non con gli occhi ma con il corpo intero, con la storia che portiamo², con l’attenzione che scegliamo di dare. Guardare è già un atto morale.
Attorno e dietro ai banchi ci sono vite. Sagome. No. Vite. Ognuna porta la sua storia. Storie che non stanno scritte da nessuna parte ma che possono essere lette.
Non è quello che si stava cercando. Eppure è esattamente quello di cui si ha bisogno.
C’è una domanda che il mercato non formula mai esplicitamente, ma che pone a chiunque si fermi abbastanza a lungo: quante volte sei stato la sagoma di qualcun altro? Quante volte qualcuno ti ha attraversato con lo sguardo senza vederti — e aveva ragione, perché non c’eri davvero?
«Non si muore di sete sull’argine dell’Adige!»

Per approfondire:
¹ G. Simmel, “Die Großstädte und das Geistesleben” (Le metropoli e la vita dello spirito), 1903. Trad. it. in Le metropoli e la vita dello spirito, Armando Editore, Roma 1995.
² M. Merleau-Ponty, Phénoménologie de la perception, Gallimard, Paris 1945. Trad. it. Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano 2003.

Simmel descriveva l’anestesia urbana come una difesa necessaria. Questo testo la accetta come punto di partenza — ma non come conclusione. Quello che resta aperto, dopo la lettura, è il sospetto che la difesa si sia trasformata in qualcos’altro: una forma di assenza che scambiamo per presenza. Il mercato di Vicenza funziona qui come spazio liminale, né interno né esterno, né familiare né estraneo, dove l’abitudine si incrina e per un momento si è costretti a chiedersi da che parte dello sguardo si sta. La domanda finale del testo non è retorica. È la più scomoda che la filosofia gotica sappia porre: non cosa vediamo, ma quando siamo stati noi a non esserci.

C’è chi non ha ancora capito di stare cercando qualcosa. Leggi Le Carte, una poesia gotica ispirata dal ponte San Michele.