Le carte — poesia horror a ponte san michele

Ci sono luoghi a Vicenza dove il confine tra il caso e il destino si assottiglia fino a scomparire. Sotto le arcate di Ponte San Michele, le carte parlano a chi non ha ancora capito di stare cercando qualcosa. Le carte è una poesia che abita quel margine — tra il viandante che cammina senza meta e la cartomante che lo aspettava senza saperlo. Un incontro che non è un incontro, una morte che non è una fine.
Camminai
inseguendo l’ombra del sole
finché qualcosa — estraneo, invisibile — mi trasse via da me.
Un sorriso,
come peschi in fiore di terre lontane,
e parole fragranti
sgorgavano da labbra sottili.
Porsi la mano, timidamente.
Un calore improvviso
mi colse
nel voltarsi di una carta.
Capelli corvini,
velo fitto d’inquietudine,
celavano un destino
già scritto
per un’anima stanca della verità.
“Perché sostare al tuo capezzale
per conoscere la mia sorte?”
Lei — affascinante, attonita —
fissò il tavolino
colmo d’arcano e sortilegio.
“Nessuno ti ha condotto.
È la tua anima ignota
che ha voluto giungere qui
per morire.”
Morire da misero uomo
per rinascere in una carta,
salvezza inconsapevole
di viandanti senza nome.
Gettai la mia carta
in quel fiume
dove altre galleggiano lente,
sotto il ponte di San Michele.
La cartomante non predice: diagnostica. L’anima ignota del viandante ha già scelto, già deciso, già percorso tutta la strada — e lui non lo sapeva. È questa la vertigine al centro della poesia: non il destino scritto nelle carte, ma il momento in cui si scopre che il cammino era già compiuto prima di iniziare. Gettare la propria carta nel fiume sotto Ponte San Michele non è un atto di resa. È forse l’unica forma di libertà rimasta: sciogliersi nella corrente insieme agli altri, i viandanti senza nome che galleggiano lenti verso un altrove senza risposta.
Poeta per passione, oltre il velo del quotidiano, verso una dimensione altra. Vedo una Vicenza trasfigurata, surreale, sospesa tra sogno e inquietudine. Vicenza Gotica è il mio rifugio creativo: uno spazio in cui la fantasia si declina in chiave gotica e, quando necessario, si tinge di orrore.



