La neve ha 8 punte — racconto gotico alla chiesa dei Filippini

Corso Palladio finisce dove comincia il silenzio della stradella dei Filippini, il varco stretto tra la chiesa e le vetrine del cinema che le sta di fronte. È in questo margine che nasce La neve ha 8 punte, racconto ambientato nella chiesa dei Filippini di Vicenza: una sera come tante in cui la luce dei lampioni smette di essere solo luce, e un ragazzo di nome Nihil alza lo sguardo verso qualcosa che nessun altro sembra vedere. Vicenza Gotica torna nei luoghi che si attraversano senza guardarli, per mostrare cosa può aprirsi nella soglia tra due mondi.
Una superficie che non c'era
Corso Palladio aveva quella luce di fine pomeriggio che non appartiene né al giorno né alla sera: un grigio caldo e impreciso, il tipo di luce che toglie ai colori la propria firma senza restituire nulla in cambio.
Nihil camminava a testa bassa. La maglietta era di una taglia abbondante, le spalle cadevano leggermente oltre le sue e le mani stavano nelle tasche. Il selciato lo conosceva a memoria: ogni giuntura, ogni avvallamento, ogni pietra consumata al centro dal passaggio di migliaia di suole identiche alla sua. Eppure a un certo punto lo sguardo si alzò da solo.
La stradella dei Filippini aveva una luce che non tornava.
Non era una questione di lampioni: erano accesi anche altrove sul corso, e lì la luce era orizzontale, piatta, perfettamente inutile. Qui invece sembrava riflessa da una superficie che non c’era. Come guardare in lontananza stando fermi. Come quando la profondità del campo si rovescia e ciò che è vicino sfuma.
I passanti giravano la testa. Un mezzo secondo di attenzione involontaria. Poi continuavano.
Lui no.
8 punte
Tre puntini scendevano dall’alto, lenti, equidistanti.
La sera aveva un filo di brezza. Nihil la sentiva tra il colletto e la nuca, sottile e fresca ma i tre puntini scendevano dritti. Verticali. Il vento non li sfiorava, o loro non si accorgevano del vento. Erano luminosi in un modo che non dipendeva dalla luce circostante: la producevano da soli, appena, come un’idea che non riesce ancora a formularsi.
Attorno, i passanti continuavano.
«Cos’ho da perdere?» disse sottovoce. Era come parlare con qualcun altro. Tese la mano aperta, palmo verso l’alto.
Il freddo arrivò prima del contatto. Non dalla superficie della pelle: da dentro, come se la carne reagisse a qualcosa che ancora non c’era. Salì lungo il polso con la precisione di un filo teso, si fermò a metà dell’avambraccio; poi ripartì fino alla spalla dove rimase immobile, premuto contro l’osso.
Erano stelle. Tre, con otto punte ciascuna. Lo capì soltanto quando tentò di toccarle con i polpastrelli dell’altra mano, e non ci riuscì. Con qualcosa che assomigliava più a un suono che a un bagliore, una nota tenuta troppo a lungo fino a sbiancarsi, sparirono nel palmo. O era il palmo che si era chiuso su di loro, senza che lui lo decidesse.
Abbassò entrambe le mani.
Allora cominciò a vedere.
immerso nel niente
Da un lato della stradella, la luce bianca dei lampioni scendeva dritta, geometrica. Dall’altro lato, attraverso i vetri, saliva una luce cupa tra il rosso e l’arancio. Il confine tra le due era verticale, netto; tagliava la stradella a metà con la precisione di uno strumento che lavora senza errori.
Intanto qualcos’altro prendeva forma.
Il viso di Nihil si allentò. Gli occhi restarono aperti ma smisero di spostarsi. Le mani si rifugiarono nelle tasche.
Vide.
Nel lato freddo vide bocche aperte in silenzio. Corpi che cedevano verso il basso e non arrivavano mai a terra. Forme che tornavano sulle proprie tracce senza accorgersene.
Non stavano fermi. Si inseguivano, si giravano, ricominciavano — senza uscita, senza direzione. Riempivano tutto il loro lato di un’oscurità che aveva spessore, che si muoveva, che respirava ritmicamente.
Dall’altro lato, nel rosso e nell’arancio: musica. Non una sola; più di una, sovrapposte, stonanti l’una contro l’altra con una logica che logica non era. Risate profonde e pesanti danzavano in un turbinio freddo e senza vita. Quella luce cupa le attraversava tutte senza scalfirle.
Nihil guardò per tutto il tempo che ci volle.
I molari si erano chiusi uno sull’altro; non se n’era accorto. Nelle tasche le dita avevano trovato quello che cercavano. Lo tenevano dall’inizio, forse, forse da molto prima di quella sera e non lo mollarono.
Poi tutto si fermò.
E si spense.
Niente suoni. Niente persone. Niente edifici.
Immerso nel niente: il viso di Nihil. E su quel viso qualcosa che si accendeva piano. Il nome giusto sarebbe stato sorriso. Gli occhi dicevano un’altra cosa.
Tutto tornò. Il confine sparì. Le luci tornarono normali. I passanti erano esattamente dove dovevano essere. Un uomo guardava il telefono appoggiato a un portone. Chi passeggiava lungo il corso, chi guardava le vetrine. La stradella divideva la chiesa dei Filippini dalla sala cinema come aveva sempre fatto, come se nient’altro fosse mai stato possibile.
Poi di nuovo. La stradella tornò a dividersi. E un pulsare cominciò a salire dal selciato. Sordo, da un punto più profondo della pietra. Passò attraverso le suole, le gambe. Lo stomaco si serrò dall’interno. Arrivò alla mascella. E sopra i cornicioni il cielo stava scendendo: non scuriva, bruciava; come carta che si consuma dall’orlo verso il centro senza che nessuno abbia acceso il fiammifero.
Dalla tasca destra tirò fuori una piccola pistola. Dalla sinistra, un proiettile. Li posò sul selciato uno accanto all’altro, il tempo di un respiro, e si rialzò.
Non prese il lato della luce fredda. Non prese il lato della luce calda. Prese il centro della stradella, quella linea che non apparteneva a nessuna delle due metà o a entrambe, che nessuno dei due lati aveva mai oltrepassato… e ci camminò dentro.
Alle ventidue e undici, la stradella era silenziosa.
Le Creature Antiche
Le creature antiche sono un’altra questione.
Vengono richiamate, questa è la parola giusta, richiamate, non arrivano da sole. Qualcuno disegna cerchi sul mio prato con materiali che non voglio sapere, pronuncia parole che quasi nessuno pronuncia più, e pensa di avere il controllo di quello che sta chiamando. Non ce l’ha mai. Le creature antiche non appartengono a nessuno e non obbediscono a nessuno, e i cerchi disegnati sull’erba sono per loro quello che sono per me i confini di proprietà: linee che esistono per chi le ha tracciate, non per chi le attraversa.
Io osservo. Sono presente senza essere notata. È una delle cose che so fare meglio, essere completamente lì senza che nessuno se ne accorga. Una notte — erano molte notti fa, il legno delle travi era ancora giovane — ho sentito qualcosa che non avrei dovuto sentire, qualcosa che non avrei scelto di ospitare se la scelta fosse stata mia. Ho tenuto le porte aperte lo stesso. Ho fatto quello che dovevo fare. Al mattino l’erba aveva un colore diverso in un punto preciso, e ci ha messo tre stagioni a tornare come prima. Non chiedo mai spiegazioni a quello che entra. Non mi è dato.
Di ricordare mi è dato. Il passo di chi è venuto prima, anche se non lo vedo più. Ogni tocco, ogni pressione, ogni respiro lasciato nell’aria resta impresso, come un’incisione invisibile che non sbiadisce mai. Non nella mia testa, nella mia pelle.
Ho sentito le fondamenta tremare, in certe notti. Non come trema la terra per il vento o per il peso. In modo diverso, più profondo, come se qualcosa sotto stesse ricordando di esistere. Ho sentito il legno delle travi contrarsi, le pietre stringersi l’una all’altra con quella tensione che i corpi hanno quando aspettano. In quei momenti non so cosa sta succedendo. È una delle cose che non so
Padre Marcello
Padre Marcello uscì dalla porta maggiore alle ventidue e dodici. Il corpo aveva i suoi ritmi, più precisi di qualunque orologio. Salutò tre persone sul corso, una coppia col cane, una signora e poi rientrò. Attraversò la navata, si assicurò che le candele votive fossero spente tranne una, lasciata per abitudine. Uscì sulla stradella dalla porta laterale.
L’aria della sera era ferma. I lampioni funzionavano tutti; la luce cadeva dritta sul selciato.
Attraverso le vetrine del bar della sala cinema di fronte vide il cameriere con i capelli corti che passava un panno sul bancone. Alzò la mano. Il cameriere alzò la mano. Padre Marcello rientrò, girò la chiave, tirò la porta per verificarla, tornò verso l’interno.
La notte prese quello che restava.
Alle sette e venti del mattino seguente uno studente attraversò la stradella dei Filippini. Si fermò.
Sul selciato: una pistola, piccola. Accanto, un proiettile.
Li guardò per un tempo che non sapeva misurare. Poi fece due passi indietro.
I lampioni della stradella erano ancora accesi. La luce cadeva dritta sul selciato, su tutto il selciato, senza confini.
Le stelle a otto punte non appartengono a nessuna liturgia cristiana, eppure scendono proprio sulla soglia di una chiesa, un dettaglio che Nihil non si ferma a interrogare, e che il racconto non spiega mai del tutto. Il vero nodo non è cosa siano le due metà della stradella, ma perché lui scelga di non abitarne nessuna. Camminare nel centro, nella linea che nessuno aveva mai attraversato, è forse il solo gesto che gli appartiene davvero in una sera in cui tutto il resto — la pistola, il proiettile, i passanti indifferenti — sembra già scritto altrove. Padre Marcello richiude la porta della chiesa senza sapere cosa ha sfiorato. Il selciato, la mattina dopo, non conserva traccia se non quella che qualcuno sceglie di raccogliere.

Autore e ricercatore indipendente di folklore vicentino. Collaboro con la testata locale ViPiù e dedico la mia scrittura a ciò che Vicenza non mostra apertamente: leggende sepolte, simboli dimenticati, storie che sopravvivono nell’ombra dei vicoli e nel riflesso degli specchi. Vicenza Gotica nasce dalla convinzione che ogni città abbia un doppio — e che valga la pena cercarlo.



