La benedizione — Poesia gotica alla chiesa dei Filippini

La benedizione chiesa dei Filippini: figura solitaria sul portale, notte a Vicenza

Vicenza nasconde angoli dove il sacro si consuma senza clamore, tra portici bui e mattoni anneriti dal tempo. In questa poesia, la benedizione della chiesa dei Filippini diventa il centro di un rito sporco e disperato, ripetuto ogni notte come una liturgia senza fede. Qui il segno della croce si confonde con la sopravvivenza, e la preghiera si piega a un uso che nessun catechismo prevede. Vicenza Gotica racconta questo margine, dove la grazia bussa a una porta che non risponde più.

Il vento solleva una giornata noiosa,
sui logori tavolini il segno di notti
consumate tra l’assenzio.

Dietro un angolo martoriato
s’intravede una figura,
un’ombra del passato.

Passeggia una prostituta malinconica e spossata;
sfiorando le porte della chiesa,
osa accennare un fugace segno della croce.

La benedizione, in forma di portafoglio,
supplica la grazia del Signore sordo
per consumare un’altra notte.

I mattoni di San Marcello nascondono i peccati,
e il santo in silenzioso consenso, li contempla.

Truccandosi l’anima,
si abbellisce coraggiosamente
per la prossima vittima.

Un’altra notte di passione
in questa confortevole missione,
tra tonache e rosari
appesi ai candelabri.

Resta la domanda su cosa significhi benedire, quando chi dovrebbe farlo tace. San Marcello osserva senza intervenire, complice muto di un rito identico ogni notte a se stesso. Non c’è redenzione promessa in questi versi, solo la meccanica di un bisogno travestito da devozione. La chiesa, in questo silenzio, smette di essere rifugio e diventa scenografia.