Le porte non sono tutte uguali — Leggenda oscura di Villa La Rotonda

Un foglio consumato, una leggenda oscura e quattro porte di Villa La Rotonda che non portano tutte nello stesso posto. Fernando arriva alla Rotonda con un’eredità che non ha scelto e un avvertimento scritto a mano che non ha letto abbastanza in tempo. Ogni facciata è identica. Ogni porta è diversa. Un racconto horror sul prezzo di girare senza metodo in un luogo che ha una logica antica e precisa.
Il Foglio e le Quattro Facce
Il foglio era piccolo e sporco, gli angoli consumati dal tempo e da mani che lo avevano stretto troppo a lungo. Fernando lo teneva tra le dita senza guardarlo, come si tiene qualcosa di cui non si capisce il peso.
Davanti a lui, la Rotonda.
La luce del pomeriggio le scivolava addosso come fosse respinta. Quattro facciate identiche, quattro scalinate, quattro portici con le colonne bianche che si aprivano in quattro direzioni dei punti cardinali con la stessa identica espressione. Nessuna prevaleva sulle altre. Nessuna cedeva.
Aprì il foglio. Le lettere maiuscole erano state tracciate con una pressione irregolare, come se la mano avesse esitato più volte senza che la mente lo sapesse.
Le porte non sono tutte uguali.
La porta si apre con senso.
Altrimenti si gira in tondo.
Suo nonno stringeva questo foglio quando lo avevano trovato. Tra un ingresso e l’altro, il corpo così ridotto che sembrava lasciato lì per sbaglio. Le ossa sotto la pelle come mobili coperti da un lenzuolo. La villa la aveva comprata da meno di un mese, pagandola più di quanto valesse, molto più.
Fernando rimise il foglio in tasca. Era venuto per prendere possesso di quello che era suo adesso. La villa lo aspettava, o almeno così gli sembrava, in quel momento.
Cominciò a girare intorno alla villa. Contò i gradini. Osservò le finestre chiuse. Si fermò sotto ogni portico a guardare in su, verso il fregio, verso le statue che non guardavano nessuno. La villa era silenziosa di un silenzio che non era assenza di suono ma qualcosa di più denso, qualcosa che occupava spazio.
Decise di entrare dal Nord.
La Porta Nord: Il Riflesso Distorto
La porta cedette sotto la mano come se lo stesse aspettando da tempo. Un soffio uscì dall’interno. Non aria, qualcosa di più sottile, senza temperatura, che raggiunse lo sterno prima ancora che i polmoni se ne accorgessero. I tendini delle mani di Fernando si tesero da soli. La mascella si strinse. I muscoli attorno alle orbite si contrassero portando le palpebre a metà.
Entrò.
Il salone centrale era alto e vuoto. Gli affreschi alle pareti sembravano muoversi nel punto cieco della visione, fermarsi appena lui ci guardava direttamente. Al centro della stanza c’era un letto. Di ospedale, le sbarre di ferro, il materasso sottile. Sopra, una figura distesa, completamente bendata. Le bende bianche, in certi punti, avevano virato al rosso scuro.
La figura si mosse.
Un lamento prima, basso e involontario, poi una parola spezzata che cercava di diventare voce. Poi la voce trovò spazio e crebbe, e continuò a crescere oltre quello che una stanza poteva contenere, oltre quello che un udito poteva ricevere senza farsi male. Fernando avanzò. Un passo. Un altro. Le gambe andavano perché dovevano andare, non perché lui avesse deciso.
A tre passi dal letto una delle bende si allentò e scivolò dal viso.
Le gambe si bloccarono.
Era il suo viso. Non una somiglianza, non un riflesso distorto, era lui, con la stessa irregolarità del naso, la stessa piega alla radice del sopracciglio sinistro, solo sfigurato in un modo che la mente rifiutava di descrivere con precisione. La bocca dell’uomo sul letto si aprì ancora.
Il corpo di Fernando aveva già scelto. Si girò. Le gambe portarono fuori prima che il pensiero potesse intervenire, e mentre usciva ebbe la netta sensazione che non fosse lui ad andarsene ma la villa a sputarlo fuori, a espellerlo come si espelle qualcosa che non si vuole dentro.
Fuori. La porta alle sue spalle. Si girò a guardare.
Il salone era vuoto. Il letto non c’era. Gli affreschi stavano fermi.
La porta era aperta. Probabilmente ci era entrato. Strano, non ricordava niente — ma a volte ci si distrae.
La Porta Est: La Memoria Svuotata
La porta Est era diversa nell’idea che Fernando aveva di aprire una porta. Non oppone resistenza, non cede, non aspetta, viene incontro. La mano si tese quasi senza direzione e la porta era già lì, già aperta, e dentro c’era calore e luce e un profumo di cibo che riconobbe come il profumo del suo cibo, di quello specifico, del piatto che ordinava quando stava bene.
Entrò come si entra in un posto familiare.
La tavola era lunga, imbandita, e intorno alla tavola c’erano una decina di persone che ridevano e versavano e alzavano i bicchieri. Fernando si sedette. Bevve. Qualcuno gli parlò e lui rispose, e la risposta sembrava giusta anche se non ricordava cosa aveva detto. Si sentiva leggero di una leggerezza che assomigliava allo svuotamento.
A un certo punto si accorse che non sapeva perché si trovava lì.
Lo cercò nel pensiero, il motivo, il punto di partenza, e trovò solo un bordo sfumato dove avrebbe dovuto esserci qualcosa di solido. Le persone intorno a lui avevano smesso di ridere. Lo guardavano, tutte insieme, con la stessa espressione piatta e cupa che assomigliava all’attesa. La luce si era abbassata senza che nessuno avesse toccato niente. In fondo alla sala, dall’altra parte, una fenditura di luce più chiara lungo il bordo di una porta.
Si alzò verso quella luce come ci si alza verso l’unica cosa rimasta.
Fuori.
Il cortile della Rotonda. La ghiaia sotto i piedi. Il sole nel posto giusto del cielo. Fernando rimase fermo qualche secondo con la sensazione precisa di aver perso qualcosa di importante. Non un oggetto, qualcosa di più interno, qualcosa che non aveva un nome ma aveva un peso. Poi anche quella sensazione scivolò via, e rimase solo la villa davanti a lui con le sue quattro facciate identiche.
L’ingresso Sud era lì. Aveva senso provare anche quello.
La Porta Sud: Il Prezzo della Bellezza
La porta Sud sbatté aprendosi come se dall’interno stesse uscendo qualcosa di urgente. Fernando alzò un braccio per istinto. Guardò dentro. Corrente d’aria. La porta sul lato opposto era aperta, la villa respirava da parte a parte. Entrò.
Il salone era quello che avrebbe dovuto essere. Gli affreschi alle pareti con le figure mitologiche, il pavimento di mosaico che moltiplicava il colore a ogni passo, le panchine di legno massiccio intagliate tra un portale e l’altro. Tutto nella proporzione giusta, tutto nel punto giusto. Fernando si avvicinò a un affresco. Lo guardò.
Il guardare non finiva.
Non era che l’affresco si muovesse, era che ogni volta che credeva di averne visto abbastanza c’era ancora qualcosa da vedere, un dettaglio, una sfumatura, una figura in secondo piano che non aveva ancora guardato. E il prezzo di ogni dettaglio era qualcosa che partiva da dentro e non tornava indietro. Brandelli. Pezzetti di qualcosa che non aveva ancora capito di avere finché non se n’era andato.
A un certo punto Fernando si accorse di non sapere come si chiamava.
Lo cercò nel posto dove stava sempre e trovò solo un bordo liscio. Nessun appiglio. Lo stomaco salì. Le gambe portarono fuori — fuori, fuori, fuori — e lui lasciò che portassero.
Fuori.
La villa. Le quattro facciate uguali. Fernando la guardò come si guarda qualcosa che non si riconosce e non si capisce se vada temuto o ignorato. Nessun pensiero in particolare. Nessuna direzione in particolare. I piedi si mossero e lo portarono lungo il perimetro, e a un certo punto c’era una porta chiusa.
La Porta Ovest: Il Cerchio Infinito
La mano la aprì per abitudine, o per istinto, o perché aprire le porte è quello che si fa quando si trovano le porte.
Dentro c’era una donna anziana. Ben vestita, la schiena dritta, le mani ferme lungo i fianchi. Quando lo vide le lacrime cominciarono a scendere in silenzio. Lente e grosse, senza singhiozzi, senza gesti. Piangeva come piangono le persone che hanno già finito di sperare che non capiti.
Fernando rimase sulla soglia.
Lei gli venne vicina. Guardò le sue mani. Guardò il foglio che stringeva. Fernando non si ricordava di averlo ripreso dalla tasca, ma eccolo lì, tra le dita, come aveva sempre fatto.
“Quante volte sei entrato?” chiese lei.
Lui aprì la bocca. Non uscì niente. Non perché non volesse rispondere, semplicemente non c’era risposta. Non c’era il numero. Non c’era il ricordo del numero.
La donna indicò il foglio.
“Avevi tutto scritto lì.”
Fernando abbassò gli occhi sul foglio come se lo vedesse per la prima volta. Le lettere maiuscole, la pressione irregolare della mano.
“Vedi,” disse lei con una voce che aveva la forma della rassegnazione, “è scritto che le porte non sono tutte uguali. Non dovevano essere aperte a caso.” Si fermò. “Così si chiudeva la tua.”
Rimase in silenzio un momento, poi con una delicatezza che sembrava costare, lo accompagnò fuori.
Il sole era sceso. Le ombre delle colonne si allungavano sul cortile.
Fernando stava davanti alla villa. Aveva la sensazione frammentata — un bordo, un’eco — che ci fosse qualcosa da fare con le porte. Aprirle. Aprire le porte chiuse.
La porta Nord era aperta. La sorpassò.
La porta Est era aperta. La sorpassò.
La porta Sud era aperta. Fernando si fermò davanti, la guardò, e non ricordava di aver già visto le altre aperte. Continuò.
La porta Ovest era aperta. Girò.
La porta Nord era aperta.
Girò.
La ghiaia scricchiolava sotto i passi. Il perimetro della Rotonda era sempre lo stesso. Le quattro facciate identiche si ripetevano nella stessa identica sequenza. Fernando girava e le porte erano tutte aperte e nessuna era quella giusta e lui non ricordava di averne già cercata una giusta e continuava a girare con lo stesso passo spedito di chi ha uno scopo e con l’espressione vuota di chi non ce l’ha più.
In tasca, il foglio.
Le lettere maiuscole, la pressione irregolare della mano di suo nonno. Le stesse dita consumate. La stessa tasca.
Girò.
Il vero orrore del racconto non è nelle visioni dietro le porte — è nel dimenticare di averle già aperte. Fernando non viene punito per audacia o curiosità: viene consumato dall’assenza di metodo, dal girare senza direzione in un luogo che ha una logica precisa e antica. Il foglio del nonno era la mappa. Era lì dall’inizio. Non è bastato.
Autore e ricercatore indipendente di folklore vicentino. Collaboro con la testata locale ViPiù e dedico la mia scrittura a ciò che Vicenza non mostra apertamente: leggende sepolte, simboli dimenticati, storie che sopravvivono nell’ombra dei vicoli e nel riflesso degli specchi. Vicenza Gotica nasce dalla convinzione che ogni città abbia un doppio — e che valga la pena cercarlo.



