Tornerò presto — Storia gotica a Villa La Rotonda

Tornerò presto — Storia gotica a Villa La Rotonda

Questa storia gotica ambientata a Vicenza nasce da un ingresso e non torna indietro. Sora sale i gradini della Rotonda con qualcosa in testa che non riesce a nominare — e la villa risponde, a modo suo, con la pazienza di chi sa già come andrà a finire. Quello che segue non è una storia di fantasmi. È qualcosa di più antico e meno rumoroso.

Il Primo Gradino

Sora era arrivata a piedi, con il sole ancora alto e le scarpe che portavano la polvere della strada. Aveva in testa qualcosa che non riusciva a nominare — non un pensiero preciso, più simile a una direzione.
Davanti a lei, la Rotonda.
Il primo gradino non era pietra.
Era pietra. Sora lo sapeva, ci aveva messo il piede sopra, lo vedeva bianco e compatto sotto la suola — eppure quello che arrivava su dalla pianta del piede era qualcos’altro. Non il freddo liscio dei gradini delle ville, non la durezza che risale fino alle ginocchia. Qualcosa di cedevole e vivo, la sensazione di erba sotto i piedi nudi in un prato di luglio, quella specifica pressione verde che non ha temperatura ma ha presenza.
Si fermò un momento. Guardò giù. Pietra bianca, come doveva essere.
Continuò a salire.
A metà scalinata un passero si posò sul corrimano a un metro da lei, la guardò un momento con la testa inclinata, poi volò via senza il verso che i passeri fanno quando si spaventano.
Sull’ultimo gradino il piede trovò un punto storto e il corpo andò avanti prima che la testa lo sapesse. La mano si aprì d’istinto e trovò la colonna.
Era calda.
Non calda come la pietra scaldata dal sole, calda come qualcosa che genera calore dall’interno, che lo produce e lo distribuisce con una regolarità che assomigliava a un ritmo. Sora lasciò la mano ferma. Chiuse gli occhi. Sotto il palmo sentiva qualcosa muoversi lento e costante, qualcosa che saliva e scendeva con la pazienza di chi non ha mai avuto fretta.
Avvicinò anche l’altra mano. Poi la fronte.
Il contatto era quello di un abbraccio, non il gesto, la sostanza. Quella cessione di calore che avviene quando ci si appoggia a qualcuno di cui ci si fida abbastanza da smettere di tenere il peso da soli. Sora non ci pensò. Le braccia si aprirono e si chiusero attorno alla colonna.
Dietro di lei, dalla porta, arrivò un suono.
Un clic leggero, quasi discreto come di una serratura che cede non perché forzata ma perché ha deciso di cedere.
Si girò. La porta era socchiusa di qualche centimetro, la luce interna che filtrava sottile sul marmo del portico.

L'ingresso

La maniglia era liscia e tiepida. Quando la strinse ebbe la precisa sensazione di stringere una mano, non una cosa, una mano. Quelle con la pelle morbida e il calore che non si esaurisce. La tenne un momento prima di girare.
Entrò.
Il salone centrale era alto e luminoso e l’aria aveva una qualità diversa da quella fuori, più densa, più presente, come l’aria delle stanze abitate da molto tempo da qualcuno che ci ha respirato con cura. Sora fece qualche passo. Si fermò.
Sotto i piedi, il mosaico aveva cominciato a muoversi.
Non nel senso dei frammenti — quelli stavano fermi, ogni tessera al suo posto — ma la luce dentro di loro. Un gruppo si illuminava, lento, con un colore che non era esattamente giallo né esattamente oro ma qualcosa nel mezzo, poi si spegneva mentre un altro gruppo prendeva vita con un colore diverso, verde o blu o un rosa che non aveva nome, e poi un altro ancora. La transizione non aveva stacchi. Ogni colore cedeva al successivo con la gradualità di qualcosa che respira, e quello che arrivava su, attraverso le suole, su per le gambe, fino allo sterno, era una serenità che non chiedeva niente in cambio.
Sora alzò gli occhi alle pareti.
Gli affreschi sembravano muoversi nel punto cieco della visione. Figure che gesticolavano appena, panneggi che ondeggiavano senza vento ma ogni volta che li guardava direttamente stavano fermi, composti, con l’aria di chi è stato colto in flagrante e preferisce non ammetterlo. Sul soffitto le figure avevano un’espressione che assomigliava a un sorriso, non il sorriso dipinto che i pittori mettono nei volti delle allegorie, qualcosa di più piccolo e più reale, il tipo di sorriso che si fa quando si vede arrivare qualcuno che si è aspettato.
L’atmosfera non era quella delle ville museificate, non il silenzio pesante delle cose che non devono essere toccate. Era qualcosa di più antico e più leggero insieme, la sobrietà di una festa che non ha bisogno di rumore per essere festa.
Poi arrivò la musica.

Il respiro

Non era nell’aria. Era dentro. In un punto che non aveva una posizione precisa, qualcosa tra il petto e la nuca, una melodia che Sora riconobbe senza sapere da dove. Seguì il suono a ritroso come si segue un filo nel buio, un passo dopo l’altro verso qualcosa che si sente senza vederlo. Il filo andava lontano, verso un punto che aveva la forma di un posto già abitato, già conosciuto, non un ricordo preciso, più simile alla sensazione di tornare in un luogo dove si è stati felici abbastanza a lungo da dimenticarlo.
Poi il filo finì, e con lui la melodia, e rimase solo il silenzio che le stanze tengono quando hanno contenuto qualcosa di importante.
Quando aprì gli occhi era ancora nel salone. Il mosaico pulsava piano sotto i piedi. Gli affreschi stavano fermi con la loro aria composta. L’aria aveva ancora quella densità di stanza abitata con cura.
Sora sentì la villa respirare.
Non era una metafora, era una percezione precisa, il movimento impercettibile di qualcosa di grande che prende e cede aria con la regolarità di chi dorme. Le pareti, il soffitto, il pavimento sotto i piedi. Tutto insieme, tutto nello stesso ritmo.
Si inchinò. Non sapeva perché. Il gesto era arrivato prima della spiegazione, come il gesto di salutare qualcuno che si rispetta. Le labbra si aprirono in un sorriso che non era diretto a nessuno in particolare e a tutto in particolare.

La promessa

Si diresse verso la porta da cui era entrata.
La porta era aperta, o quasi aperta, appoggiata allo stipite con quella inclinazione di chi non è né dentro né fuori. Mentre Sora si avvicinava, lentamente, senza rumore, la porta si richiuse. Non sbatté. Si mosse con la delicatezza di qualcuno che compie un gesto consapevole e non vuole disturbare.
Sora si girò. Cercò con gli occhi qualcuno che non c’era.
“Mi sono trovata bene con te,” disse. La voce era normale, quella che si usa quando si parla a qualcuno che si conosce. “Non preoccuparti. Tornerò presto a trovarti.”
Prese la maniglia.
Pulsò due volte sotto le dita, forte, come un cuore che accelera.
“Tranquilla,” disse Sora. Il tono era quello che si usa con qualcuno di anziano e apprensivo, qualcuno a cui si vuole bene abbastanza da non minimizzare ma abbastanza da rassicurare. “Andrà tutto bene.”
Girò la maniglia e uscì.
La porta si richiuse alle sue spalle con la stessa delicatezza di prima. Sora rimase un momento sul portico senza muoversi, con la sensazione netta — non un pensiero, una sensazione — che la villa fosse dispiaciuta. Non per sé. Per lei.
Mise il piede sul primo gradino.
Si bloccò.
L’espressione cambiò: prima un’apertura, gli occhi e la bocca che si allargavano verso qualcosa di incomprensibile, poi qualcosa di più freddo e più fermo che scendeva a prendere il posto della sorpresa.
Ai piedi delle scale, riverso sulla ghiaia bianca, c’era il suo corpo.
La pozza era scura e larga e aveva già smesso di espandersi. I capelli sparsi. Una mano aperta, l’altra chiusa. Gli occhi rivolti verso il cielo con l’espressione di chi stava guardando qualcosa nel momento in cui ha smesso di guardare.
Sora rimase ferma sul gradino.
Dietro di lei, attraverso la porta chiusa, il mosaico continuava a pulsare — un colore, poi un altro, poi un altro ancora — con la pazienza di qualcosa che aspetta e sa già come andrà a finire.

La Villa Rotonda non compare mai nei libri di horror. Forse perché non ne ha bisogno. Sora è già uscita prima di capire di non essere mai entrata, o forse è entrata così in profondità da non poter più tornare indietro. La villa dispiaciuta non per sé ma per lei è il dettaglio che rimane: c’è qualcosa di antico e paziente nei luoghi che amano chi li visita abbastanza da non lasciarli andare del tutto.