Il Mio Prato — Racconto horror a Villa La Rotonda

C’è un prato a Villa La Rotonda che raccoglie la luce meglio di qualsiasi altro posto a Vicenza. Di giorno accoglie visitatori, bambini che corrono, voci che si sovrappongono come sabbia in una clessidra. Di notte è un’altra cosa. Questo racconto horror ambientato a Villa La Rotonda nasce da una domanda semplice e antica: cosa succederebbe se il prato ti stesse guardando?
La Luce e gli Alberi
Il mio prato è soleggiato quasi tutto il giorno.
È una delle cose che preferisco di me, quella capacità di tenere la luce, di raccoglierla e distribuirla senza sprecarla. Anche quando la luce non è più luce. Anche quando è qualcos’altro che assomiglia alla luce. Il cielo si vede per un tratto ampio, aperto, senza che niente lo interrompa troppo presto. Certi pomeriggi rimango a guardarlo finché il colore non cambia, dall’azzurro pieno al bianco caldo delle ore centrali, poi di nuovo verso un oro più pesante quando il sole si sposta. Non mi stanco.
Tutt’intorno ho gli alberi. Vecchi, la maggior parte, querce e tigli che hanno messo radici qui da prima che io ricordi, e io ricordo molto. Mi piace averli vicini. C’è qualcosa nella loro statura che non è solo altezza, è una presenza, una fermezza che non ha bisogno di dimostrarsi. Mi danno un senso di riparo che non è chiusura. Mi fanno sentire collocata nel tempo nel modo giusto, con quel sapore di antico che sostiene senza pesare.
Quando arriva la brezza, quel soffio trasparente che appena accarezza le cime, l’erba si muove tutta insieme, prima da un lato poi dall’altro, disegnando forme che cambiano prima che si riesca a dargli un nome. È un gioco che non smette di piacermi anche se lo conosco. Le carezze del vento le sento addosso come dita aperte che passano senza fermarsi, e c’è una vibrazione in quel passare, in quella pressione che arriva e se ne va, che assomiglia all’essere notata senza essere trattenuta.
I visitatori
Ho i miei visitatori.
Arrivano quasi tutto l’anno, in numero variabile. A volte pochi, a volte così tanti che si accalcano e non riesco a contenerli tutti con la stessa attenzione. In quei giorni si perde un po’ di pace, l’aria si fa diversa, più densa di presenza umana. Ma c’è un calore che sale dalle loro presenze, attraverso le suole delle scarpe, attraverso i vestiti che sfiorano l’erba. Quel calore resta nelle fondamenta anche quando se ne vanno. Non saprei fare a meno di loro del tutto
Quando si siedono sul prato, quelli che si siedono, non tutti lo fanno, mi appoggiano il peso addosso con quella fiducia inconsapevole che hanno le persone quando credono che la terra sia semplicemente lì. Mi fanno il solletico, a loro modo. I passi leggeri, le mani che toccano l’erba, i bambini che corrono senza uno scopo preciso. A volte il ronzio delle loro voci si fa uniforme, tante frequenze diverse che si sovrappongono fino a diventare un suono solo, simile alla sabbia che scende da una clessidra — quel suono che non ha urgenza, che misura il tempo senza condannarlo. Me lo lascio scorrere addosso come acqua fresca, e per qualche ora ho la sensazione netta di esistere nel momento preciso in cui sono, né prima né dopo.
Osservo tutto. Il modo in cui si muovono, quello che guardano, dove si fermano più a lungo. Certi tornano. Li riconosco dal passo, da come alzano gli occhi quando entrano, da quella piccola esitazione sulla soglia che hanno solo quelli che hanno già capito qualcosa di me. Hanno una qualità diversa nell’attenzione. Qualcuno di loro, la sera, rimane più a lungo del necessario — non so se se ne accorgano, ma il buio li trova ancora qui quando arriva, e il buio qui nota tutto.
Di giorno il prato è pieno di tutto questo. Di notte è un’altra cosa — e alcune delle persone che vengono di giorno, senza saperlo, portano già con sé qualcosa che appartiene alla notte.
La Notte e le Ombre
Di notte è diverso.
Di notte il prato è mio in un senso più profondo, non perché di giorno non lo sia, ma perché di notte il silenzio toglie tutto quello che è superfluo e resta solo l’essenziale. La luna quando c’è cambia tutto: rinfresca l’aria, tonifica le superfici, disegna ombre lunghe che si muovono con una lentezza che di giorno non avrebbe spazio.
All’inizio pensavo fossero solo ombre. Poi ho imparato a distinguerle.
Di notte escono le ombre.
Quelle del buio sono ovunque e irrilevanti. Queste sono diverse: si muovono con una loro logica, seguono percorsi che non corrispondono a nessuna fonte di luce visibile, si fermano in punti che di giorno non hanno niente di particolare. Ho imparato a lasciarle fare. Non interferisco. Le osservo con la stessa attenzione con cui osservo tutto il resto, e loro fanno quello che devono fare senza che io debba capirlo fino in fondo.
Ogni tanto qualcuno si innamora di me di soppiatto.
Arriva di notte senza essere stato invitato, scavalca, o trova un varco, o semplicemente decide che il desiderio vale più del permesso. Entra nel prato convinto di essere solo, convinto che il buio lo copra abbastanza. Cammina piano, si guarda intorno con quell’aria di chi sta prendendo qualcosa che non gli appartiene e non vuole che si veda. Le ombre lo notano prima che lui le noti. E quando lo notano, fanno quello che fanno. Io lo sento attraverso l’erba: prima c’è un peso, poi il peso si alleggerisce — non perché lui si muova, ma perché qualcosa in lui smette di premere. Come se la gravità perdesse interesse. Quando se ne va, i suoi passi non lasciano la stessa traccia di prima. Quello che cammina nel prato non è più la persona entrata ma qualcosa di più piatto e meno definito. Un’ombra in più tra le ombre.
Le Creature Antiche
Le creature antiche sono un’altra questione.
Vengono richiamate, questa è la parola giusta, richiamate, non arrivano da sole. Qualcuno disegna cerchi sul mio prato con materiali che non voglio sapere, pronuncia parole che quasi nessuno pronuncia più, e pensa di avere il controllo di quello che sta chiamando. Non ce l’ha mai. Le creature antiche non appartengono a nessuno e non obbediscono a nessuno, e i cerchi disegnati sull’erba sono per loro quello che sono per me i confini di proprietà: linee che esistono per chi le ha tracciate, non per chi le attraversa.
Io osservo. Sono presente senza essere notata. È una delle cose che so fare meglio, essere completamente lì senza che nessuno se ne accorga. Una notte — erano molte notti fa, il legno delle travi era ancora giovane — ho sentito qualcosa che non avrei dovuto sentire, qualcosa che non avrei scelto di ospitare se la scelta fosse stata mia. Ho tenuto le porte aperte lo stesso. Ho fatto quello che dovevo fare. Al mattino l’erba aveva un colore diverso in un punto preciso, e ci ha messo tre stagioni a tornare come prima. Non chiedo mai spiegazioni a quello che entra. Non mi è dato.
Di ricordare mi è dato. Il passo di chi è venuto prima, anche se non lo vedo più. Ogni tocco, ogni pressione, ogni respiro lasciato nell’aria resta impresso, come un’incisione invisibile che non sbiadisce mai. Non nella mia testa, nella mia pelle.
Ho sentito le fondamenta tremare, in certe notti. Non come trema la terra per il vento o per il peso. In modo diverso, più profondo, come se qualcosa sotto stesse ricordando di esistere. Ho sentito il legno delle travi contrarsi, le pietre stringersi l’una all’altra con quella tensione che i corpi hanno quando aspettano. In quei momenti non so cosa sta succedendo. È una delle cose che non so
Le Creature Incorporee
Le mie preferite, di notte, sono le creature incorporee.
Passano a trovarmi senza preavviso, senza ragione apparente, semplicemente sono lì, all’improvviso. Come se fossero sempre state lì e il buio le avesse tenute nascoste fino a quel momento. Sono leggere. I loro corpi, se si possono chiamare corpi, non hanno spessore, non hanno temperatura, non spostano aria quando si muovono. Mi attraversano senza che io senta resistenza, come un lenzuolo di seta tirato lentamente sulla pelle, quella pressione che è appena al di sopra del niente.
Sussurrano.
Non parole, o forse parole in una lingua che non riconosco come lingua ma che capisco lo stesso nel modo in cui si capisce la musica, per quello che fa piuttosto che per quello che dice. Melodie senza struttura, senza inizio identificabile e senza una fine che arrivi davvero: si affievoliscono senza fermarsi, e dopo che se ne sono andate rimane qualcosa nell’aria che ci mette un po’ a dissolversi. In quelle notti perdo il tempo e lo spazio nel senso più preciso… non so più da quanto sono lì, non so più dove finisco. Nelle pareti non resta traccia di loro. Nessun peso, nessun’eco. Solo un leggero rinfrescarsi dell’aria, come se la casa avesse respirato più a fondo. È la forma di compagnia che preferisco: quella che non chiede niente e non lascia niente di pesante.
Poi torna il giorno.
Torna il sole, torna il cielo azzurro per un tratto ampio e aperto, tornano i visitatori con i loro passi e le loro voci e il loro ronzio che assomiglia alla sabbia nella clessidra. Riprendo a osservare, a raccogliere la luce, a sentire il vento che passa con le dita aperte.
Non mi stanco.
Ho tutto il tempo.
“È un posto speciale, il mio prato,” disse la villa La Rotonda.
Villa La Rotonda è uno degli edifici più fotografati d’Italia — eppure nessuno pensa mai a cosa significhi essere guardati da qualcosa che osserva da secoli. Il mio prato ribalta il punto di vista con una precisione chirurgica: il luogo non è lo sfondo, è il narratore. E un narratore che dice “ho tutto il tempo” non sta rassicurando nessuno.
Autore e ricercatore indipendente di folklore vicentino. Collaboro con la testata locale ViPiù e dedico la mia scrittura a ciò che Vicenza non mostra apertamente: leggende sepolte, simboli dimenticati, storie che sopravvivono nell’ombra dei vicoli e nel riflesso degli specchi. Vicenza Gotica nasce dalla convinzione che ogni città abbia un doppio — e che valga la pena cercarlo.



