Il desiderio esaudito — racconto gotico a ponte san michele

Sul ponte San Michele, Vicenza cambia aspetto prima che la città si svegli. Questo racconto parte da lì — da un’anziana che attraversa lo stesso percorso da quarant’anni — e porta dove i desideri esauditi non assomigliano mai a quello che si era chiesto. Non è una storia di fantasmi. È qualcosa di più difficile da nominare.
Il primo passo e il desiderio
Il ponte era lo stesso di sempre. Le ginocchia, no.
Desirée si fermò al bordo della salita e sentì, prima del pensiero, la pressione sorda alle rotule, quella che arrivava ogni mattina come un avvertimento. Erano le cinque. Il cielo sopra Vicenza aveva il colore di qualcosa che sta per cedere: tra il blu e il niente. I passeri parlavano tra loro, invisibili, e una colomba rispose dal cornicione opposto con la sua voce che somigliava a un rimpianto.
Fece il primo passo.
Il ciottolo sotto la suola era scomodo, come tutti gli altri ciottoli di tutti gli altri anni. Le scarpe erano quelle giuste per una donna che tiene ancora a come si presenta in centro — non pantofole, non sneakers da ragazzina — anche se il dottore aveva detto qualcosa sui talloni. Il dottore diceva sempre qualcosa.
Mentre saliva, lo sguardo andò sul fiume in basso. L’acqua rifletteva il cielo: quella striscia di alba incerta, piatta. Ci guardò dentro come si guarda in uno specchio quando si è già rassegnati a quello che si vedrà.
Pensò alla strada com’era.
Il pensiero arrivò da solo, senza essere chiamato, come arrivano certi dolori: senza bussare. Si ricordò di quando attraversava il ponte di corsa, la borsa sotto il braccio, i tacchi che battevano sul lastricato. Quarant’anni fa. Forse di più. Le gambe che non chiedevano il permesso. E prima ancora — bambina, o quasi — quella stessa salita che adesso la obbligava a contare i passi, saltellata in un pomeriggio di settembre con la cartella sulle spalle e la testa piena di niente di importante.
Le ginocchia pulsarono.
Vorrei, pensò. Poi lasciò il pensiero a metà, perché era stupido finirlo. Aveva ottantasei anni. I desideri a ottantasei anni hanno un sapore di beffa.
La salita
Il corpo era rimasto lì, quello vecchio, quello con le rotule e le macchie e il fiato corto, ma qualcosa dentro continuava a ignorarlo. Continuava a partire di slancio, a voler salire le scale due a due, a cercare riflessi negli specchi con un’aspettativa che la realtà smentiva da decenni. Come se la parte di lei che desiderava si fosse fermata molto prima, e avesse aspettato tutto questo tempo. Eppure qualcosa dentro — più in basso della testa, nella pancia o nelle caviglie o da qualche parte senza nome — qualcosa si contrasse come un muscolo che si prepara. Scosse la testa. Fece un altro passo.
La superficie sotto la suola cambiò.
Gradualmente, come cambia la luce quando una nuvola passa senza che tu la veda muoversi. Abbassò lo sguardo. Ciottoli. Uguali. Però la sensazione era diversa, non dura, non irregolare. Qualcosa di più cedente, quasi elastico. Come camminare su qualcosa che respira.
Aveva imparato, negli anni, a lasciar perdere certe sensazioni prima di seguirle fino in fondo — come si impara a evitare un dente che duole.
Salì.
Sul culmine del ponte si fermò per abitudine — da quando non ricordava, quella pausa lì, la mano sul parapetto di marmo. Appoggiò il palmo. Tirò il fiato: si aspettava di recuperare, come sempre. Invece i polmoni erano già pieni. Pieni e leggeri, come dopo una nuotata in acqua fredda d’estate. Il petto aperto. Guardò su, verso il cielo che adesso era più chiaro, una riga rosa all’orizzonte.
La mano
Guardò il cielo, non la mano.
Se l’avesse guardata avrebbe visto che le macchie — quelle marroni, sparse, che il dermatologo chiamava con un nome lungo e lei chiamava “la vecchiaia” — erano sparite. Avrebbe visto le vene rientrare sotto la pelle come fili ritirati. Le nocche tornate lisce. Ma stava guardando il cielo, e l’abitudine di notarsi era morta anni prima, quando notarsi aveva smesso di portare buone notizie.
Scese dall’altra parte.
I passi erano diversi. Lo sentì nelle anche, nell’assenza di quella resistenza che aveva dimenticato di chiamare dolore perché era diventata semplicemente camminare. I piedi si posavano con una certezza che le parve strana, quasi insolente. E il ponte sotto — il ponte suonava diverso. Suonava cavo. Suonava come legno.
Per un secondo, un solo secondo, stretto e inutile, qualcosa in lei volle tornare indietro. Non per paura. Per abitudine. Come quando si esce di casa con la certezza di aver dimenticato qualcosa, ma poi si capisce che non è così: è solo che si è partiti.
Continuò a camminare.
Si fermò.
Guardò in basso. L’ultimo tratto del ponte era tavole di legno scuro, consunte, vecchie. Una sorta di restauro, pensò. Provvisorio. Le capitava spesso di non notare i lavori in corso — la città cambiava e lei registrava i cambiamenti con settimane di ritardo.
Ma c’era altro.
Un verde umido
Mentre fece l’ultimo passo e il piede toccò terra dall’altra parte, il mondo girò — non lei, il mondo — un mezzo giro rapido e poi fermo. Come quando si scende da un’altalena e il suolo continua a muoversi per un secondo ancora. Battè le palpebre.
La chiesa.
Era lì, alla sua sinistra, dove Desirée era quasi certa non ci fosse nessuna chiesa. O forse sì, forse stava confondendo, forse erano anni che non passava da questa parte del ponte a quest’ora. La facciata era di pietra chiara. Nuova. Troppo nuova per essere vecchia, troppo senza insegne per essere recente.
Le case erano diverse.
Più rade. Tra una e l’altra c’era spazio — spazio vero, non il tipo di spazio che lasciano i cantieri. Erba. Orti. E l’aria aveva un odore che le era estraneo: non smog, non asfalto caldo, qualcosa di più antico. Letame, forse. Fumo di legna.
Con la coda dell’occhio, a sinistra, quasi fuori dal campo visivo, vide qualcosa.
Verde. Viscido. Un verde che aveva temperatura nonostante tutto, un verde umido e pesante che non stava fermo ma si muoveva al ritmo di qualcosa. Spostò appena lo sguardo per vederlo meglio e sparì — o no, non sparì, era ancora lì, ma solo se guardava altrove. Solo nel punto cieco.
Abbassò gli occhi. Le sue scarpe, quelle giuste per il centro, erano scomparse.
Quello che c’era al posto dei piedi era verde, era largo, aveva la forma sbagliata. Aveva la forma di qualcosa che non stava nella categoria dei piedi. Gli artigli dove dovevano essere le unghie. La pelle che non era pelle. Guardò più su, verso quello che avrebbe dovuto essere il polso, la mano, le nocche che scricchiolavano al freddo ogni mattina da anni. Vide qualcosa che non riconobbe. Non con orrore. Con la stessa sensazione di quando ci si sveglia in una stanza straniera e per un secondo non si sa dove si è, e poi si sa, ma quel secondo è rimasto da qualche parte.
La folla
Stava ancora guardando le zampe quando sentì — prima di qualsiasi altra cosa — che l’aria aveva cambiato consistenza. Densa, abitata, con dentro il calore di corpi vicini. Il tipo di silenzio che è presenza di qualcosa che trattiene il respiro, non assenza di suono.
“Eccola!”
La voce arrivò alle spalle come uno schiaffo. Una voce di donna, acuta, che strappava l’aria. Desirée si girò.
Gente.
Non tanta — ma tutta che avanzava, tutta con qualcosa in mano, tutta con la stessa espressione: quella di chi ha già deciso. L’abbigliamento era sbagliato. Non nel senso del costume, non nel senso del travestimento, ma nel senso di qualcosa che non apparteneva a nessun tempo che Desirée sapesse nominare. Come se il tempo, da questa parte del ponte, avesse smesso di scorrere nella direzione giusta.
La donna davanti a tutte aveva il braccio teso verso di lei, il dito puntato, la bocca aperta in qualcosa che stava tra la preghiera e l’orrore.
“Bestia diaboli. Creatura maligni.”
Le parole erano in una lingua che non aveva mai studiato. Eppure arrivavano già tradotte, già dentro, come se la comprensione fosse venuta prima del suono.
Nessuno si mosse, per un istante. Come se anche loro aspettassero che lei facesse qualcosa — si difendesse, fuggisse, parlasse. Come se la scena richiedesse il suo consenso per continuare.
La fuga
Il forcone si piantò nel terreno a pochi centimetri — a pochi centimetri da quello che adesso era una zampa. La zampa si ritirò prima che Desirée potesse decidere qualcosa — un ritiro rapido, come si ritira una mano dal fuoco, ma senza bruciore, senza dolore, con qualcosa che assomigliava a memoria muscolare più che a paura. Poi il corpo si aprì verso l’acqua: qualcosa di più antico di un balzo, come cadere nella direzione giusta.
E l’acqua era lì, era dappertutto, era fredda e scura e giusta.
Nuotò.
Nuotò come non aveva mai nuotato, con una forza che partiva dalla coda. La coda, enorme, che batteva l’acqua come una pinna e spingeva in avanti senza sforzo, senza fatica, con la stessa facilità di quando era giovane e le scale si salivano senza contarle, senza che il corpo chiedesse niente in cambio. L’acqua del Retrone le scivolava addosso. I polmoni reggevano. Il cuore era senza paura.
Solo nell’ultimo istante prima di immergersi — nell’istante in cui la superficie dell’acqua era ancora uno specchio — vide il riflesso.
Un volto. Antropomorfo. Occhi grandi e laterali, pelle percorsa da sfumature gialle, bocca larga. Un volto che la guardava dal basso verso l’alto con un’espressione che Desirée non riuscì a classificare — non terrore, non gioia — qualcosa che stava nel mezzo, qualcosa di molto antico.
Nuotò verso il buio dell’acqua profonda.
San Michele, pensò — o forse era solo un rumore nella testa che somigliava alle parole. San Michele protegge nelle battaglie. Non restituisce quello che era. Non riporta indietro.
Il Retrone scorre ancora sotto il ponte San Michele. Chi lo attraversa all’alba, adesso, forse guarda l’acqua un secondo in più del necessario. Non per paura. Per verificare che il riflesso sia ancora quello giusto.
Autore e ricercatore indipendente di folklore vicentino. Collaboro con la testata locale ViPiù e dedico la mia scrittura a ciò che Vicenza non mostra apertamente: leggende sepolte, simboli dimenticati, storie che sopravvivono nell’ombra dei vicoli e nel riflesso degli specchi. Vicenza Gotica nasce dalla convinzione che ogni città abbia un doppio — e che valga la pena cercarlo.



