Sotto il ponte — racconto horror a ponte San Michele

Ci sono posti che si attraversano senza mai veramente guardare. Il ponte San Michele è uno di questi : pietra, parapetto, acqua sotto. Dawson lo conosce da settimane, ma non come lo conosce la gente che ci cammina sopra. Lo conosce dall’angolo sbagliato: chino sul parapetto, gli occhi puntati sul fiume, a cercare qualcosa nel riflesso della volta che la geometria dice che non si può vedere. Vicenza Gotica raccoglie storie che abitano i margini delle cose ordinarie. Questa è una di quelle.
Il ponte sopra
Il ponte era lì da secoli. Dawson lo stava vedendo per la prima volta.
Il ponte sopra. Quello lo conosceva come si conoscono le cose che si attraversano senza guardarle: il parapetto, la pietra, le persone che brulicano nella piazza dei Signori. Conosceva la storia, anche. Quella che si trova sui siti del Comune e nelle guide turistiche con le foto in controluce. Arcata unica sul Retrone. Ricostruito diverse volte. Una storia che risale fino alla seconda metà del 1200. I disegni che aveva trovato in archivio discordavano tra loro sul profilo interno dell’arcata: piccole discrepanze, il tipo che si attribuisce a misurazioni diverse in epoche diverse, e che lui aveva sempre trovato difficile da attribuire solo a quello. La conosceva come si conosce qualsiasi struttura prima di cercare quello che i disegni nascondono: il lato che esiste solo se ci sei dentro, o sotto, o nel punto sbagliato. Aveva passato vent’anni a progettare edifici e altrettanti a chiedersi cosa ci fosse nell’altra faccia di ogni cosa che aveva costruito.
Ma della parte sotto nessuno parlava.
Era tornato per la settima volta, o l’ottava. Aveva smesso di contare il giorno in cui aveva smesso di dormire. L’angolatura giusta nella luce perfetta. Una scoperta solo sua. La cercava. Come in un incubo la via d’uscita.
L’ennesimo tentativo. Le undici del mattino, luce da sudest, le ombre ritirate abbastanza. Appoggiò gli avambracci al parapetto. La pietra aveva il freddo specifico delle superfici che il sole tocca ma non scalda mai del tutto. Un freddo che viene da dentro, dalla massa, non dall’aria. Le mani si aprirono da sole sul bordo, le dita rilassate verso il basso.
Guardò.
L'arcata
Il Retrone era verde. Non il verde brillante dell’acqua pulita, il verde denso, quasi tattile, il verde che ha sedimento e storia e qualcosa che è vissuto a lungo prima di depositarsi. La superficie si muoveva in modo appena percettibile; l’arcata si rifletteva nell’acqua, ondulava, si ricomponeva.
Il ventre del ponte.
Eccolo lì.
Dawson strinse le mani sul bordo e si fermò un secondo — una pressione lieve dietro gli occhi, come quando si forza la visione oltre un punto imprevedibile per la geometria. Sapeva, in qualche modo sapeva, che da quella posizione non avrebbe dovuto essere possibile. L’arcata era sotto di lui, il sottarco si apriva verso il basso e verso i lati; per vederlo bisognava stare nell’acqua, guardare all’insù da una barca, oppure non stare dove stava lui.
Eppure lo vedeva.
Spostò il peso sui gomiti, inclinò il busto di qualche grado ancora. Come se la spiegazione fosse nell’angolazione. Un grado in più, due, e tutto tornava a posto geometricamente. Non la cercò davvero. La lasciò scivolare da parte come si lascia scivolare un pensiero scomodo durante qualcosa che si vuole continuare.
Il tempo ci aveva disegnato sopra.
Crepe che seguivano logiche proprie, depositi calcarei che si addensavano in forme. Un ramo d’albero, o le dita di qualcosa che si apriva. Una sagoma, in un punto verticale, con quella qualità ambigua delle cose che cambiano significato se le si guarda troppo a lungo. Qualcosa che assomigliava a una falce, o a un sorriso, a seconda della luce.
Il tempo e l'ombra
Notò che la sua ombra sul parapetto aveva una lunghezza diversa da prima. Non ricordava di essersi spostato.
Osservare qualcosa di vecchio e nuovo allo stesso tempo. Immobile eppure mutevole. Aveva un sapore verde anche quello, come il fiume sotto.
Gli occhi continuavano a spostarsi, irrequieti. Un dettaglio tirava l’altro.
Fu una sensazione alla nuca — una pressione, quella pressione senza temperatura che non ha direzione precisa — a fargli alzare la testa.
Si guardò attorno. Qualche passante sul ponte, nessuno fermo, nessuno che lo guardasse. Le finestre delle case: chiuse, o con le persiane abbassate. Il cielo bianco di maggio, senza nuvole, senza uccelli.
La sensazione aveva una direzione, però.
Bassa. Veniva da sotto.
Abbassò gli occhi sul Retrone. Lì, nell’acqua verde e densa, il suo riflesso. Dawson guardava Dawson. Sorrise, solo con una metà della bocca; il riflesso sorrise. Poi qualcosa nel riflesso si mosse in modo leggermente diverso — un guizzo, un’increspatura, la coda argentata di un pesciolino che passava proprio lì — e la sincronia si ruppe per un istante.
Solo un istante.
Decise di ignorarlo.
Si spostò verso il lato opposto del parapetto, cercando un’angolazione diversa sul sottarco. La superficie di pietra là era più scura, più umida, i depositi più fitti. Il tempo aveva scritto di più. Continuò a fissare, a spostare gli occhi da un punto all’altro, inseguendo i dettagli come si inseguono le forme nelle nuvole. Ogni volta che ne trovava uno, ne vedeva un altro appena oltre. La pietra tirava, aveva una qualità appiccicosa, come certi sogni in cui si vuole rimanere anche quando si sa che si sta sognando.
Solo un altro minuto.
Poi un altro.
Le campane. Aveva sentito le campane, da qualche parte, ma era difficile dire quante volte avessero battuto, né se fosse la prima o la terza volta che le sentiva.
Fu il buio a dirgli che non erano minuti.
La luce era cambiata senza che lui se ne accorgesse: non il crepuscolo lungo della sera, ma il buio rapido, quello che arriva quando si è stati altrove con la testa e il corpo è rimasto fermo. Le gambe avevano un peso diverso. Le mani sul parapetto erano bianche per la pressione e la circolazione tagliata.
Guardò l’orologio: le diciassette e cinquanta.
Quasi sette ore.
Nessuna sorpresa. Solo quella cavità nello stomaco non vuoto, qualcosa di peggio: la sensazione che quello spazio fosse sempre stato lì e lui se ne stesse accorgendo adesso. La stanchezza era nei tessuti, nelle giunture, in un posto senza nome preciso. Come se qualcosa avesse bevuto da dentro, con pazienza, tutto il tempo che era rimasto immobile.
Un ultimo sguardo. Solo quello.
Il vecchio e il giovane
La luce ormai veniva solo da ovest, radente, e il sottarco era quasi tutto ombra. Ma in quella qualità crepuscolare, là dove prima c’era la sagoma verticale ambigua, adesso era nitido.
Un uomo vecchio.
Capelli bianchi, quasi luminescenti nel buio del sottarco. Appoggiato — come lui, esattamente come lui — con gli avambracci sulla pietra, le mani aperte verso il basso. Guardava il fiume. Guardava con quella concentrazione silenziosa di chi non riesce a smettere e ha smesso di provarci.
Aveva il busto inclinato in avanti. Aveva le sue spalle. Aveva la sua postura.
Le mani di Dawson lasciarono il parapetto e salirono al viso da sole, senza intenzione. Trovarono le guance, le tempie, i capelli. Quello che trovarono: rughe. Solchi che non c’erano mai stati, o che aveva smesso di cercare, come smette di cercare chi sa già che il rilievo non combacia con la struttura reale. Un ciuffo di capelli tra le dita: il buio offuscava la vista, ma il colore era sbagliato, troppo chiaro anche per la poca luce che aveva attorno.
Abbassò gli occhi sul fiume.
Il riflesso era giovane.
Capelli folti e scuri, gli occhi che anche nell’acqua verde avevano una qualità penetrante, quasi divertita. Non il suo riflesso di adesso, qualcosa che avrebbe potuto essere lui, o che lui avrebbe potuto essere. Muoveva la mano: lentamente, con la calma di chi ha tutto il tempo che serve, il palmo aperto verso di lui.
Un saluto.
Il tipo di saluto che si dà a qualcuno che parte.
Poi il riflesso si staccò.
Niente increspature, niente vento sull’acqua. Si staccò, come si stacca qualcosa che era tenuto e viene lasciato andare. E la corrente lo prese. Lo portò verso destra, verso il buio sotto l’arcata, lo girò lentamente su se stesso e poi lo dissolse. Verde nell’acqua verde. Sparito.
Il vento
Sul parapetto, le mani di Dawson.
Non le sentiva più. Prima le dita, quella pressione che diventava assenza, il contorno che cedeva a qualcosa di più sottile, più leggero. Guardò: c’era ancora qualcosa sul bordo, qualcosa che potevano ancora essere le sue mani, o poteva essere solo il modo in cui la luce radente trasformava le cose in sagome senza spessore. Non riusciva a distinguere. Non riusciva a decidere se fosse importante.
Le braccia. Le spalle. Quello spazio nello stomaco che era già vuoto da ore.
Nessun dolore. Solo quella stanchezza nei tessuti che diventava la cosa più naturale del mondo. Il corpo che finalmente smetteva di trattenere, o lui che smetteva di sapere dove finisse il corpo.
Qualcosa cadde nell’acqua. O forse era il vento che portava qualcosa dal parapetto verso il basso: la polvere accumulata in una giornata di maggio, la materia sottile che si deposita su tutto quello che rimane fermo abbastanza a lungo.
Il Retrone la prese — qualunque cosa fosse — la girò nella sua corrente verde e densa, la disperse verso il buio dell’arcata, nella stessa direzione in cui era andato il riflesso.
Sul parapetto rimase solo il freddo della pietra.
E la forma precisa delle mani. Impressa nel bordo come se ci fosse rimasta da molto prima di quella mattina.
Il racconto non lascia aperta una domanda sul ponte, la lascia aperta su Dawson. Quello che vede nell’acqua non è un’apparizione: è una distribuzione del tempo, un prima e un dopo disposti in verticale anziché in sequenza. La vera perdita non è nelle ore sparite sul parapetto, ma nel gesto finale dell’altro, quel saluto con la forma di un addio. Alcune ossessioni non consumano: ridistribuiscono. Quello che rimane sul ponte, alla fine, è solo vento e pietra. E qualcuno che domani attraverserà lo stesso punto senza fermarsi.
Autore e ricercatore indipendente di folklore vicentino. Collaboro con la testata locale ViPiù e dedico la mia scrittura a ciò che Vicenza non mostra apertamente: leggende sepolte, simboli dimenticati, storie che sopravvivono nell’ombra dei vicoli e nel riflesso degli specchi. Vicenza Gotica nasce dalla convinzione che ogni città abbia un doppio — e che valga la pena cercarlo.



