I pilastri di pietra — racconto oscuro a ponte san michele

Sul Ponte San Michele di notte il silenzio ha una consistenza diversa — non mancanza di rumore, ma qualcosa che occupa lo spazio tra chi ascolta e ciò che dovrebbe sentire. I pilastri di pietra che reggono la balaustra sono lì da prima che qualcuno pensasse di dargli un nome. Questo racconto abita quella soglia: il momento esatto in cui Vicenza smette di essere sfondo e diventa qualcosa che guarda indietro.
Sofia e Diego
Il ponte era silenzioso. Sofia urlava.
L’acqua del Bacchiglione sotto aveva quel colore che è l’assenza di colore, quella specifica densità piatta che l’acqua prende di notte quando nessuno la guarda. Sofia urlava e rideva e le sue parole rimbalzavano contro i pilastri del parapetto come se stessero cercando un modo per uscire da quel posto e non ci riuscissero.
Diego la seguiva con tre passi di distanza. Tre passi, sempre. Non perché Sofia gliel’avesse detto, ma perché era la distanza giusta per guardare senza partecipare, per essere presente senza essere responsabile. Lo faceva da anni, con lei e con altri. Era un sistema che funzionava. Dal lampione all’inizio della Stradella San Nicola l’aveva seguita così, le scarpe che sbattevano sui ciottoli del ponte con quel suono pieno che fanno le suole di gomma sul selciato antico. Tre passi. Dentro di lui l’alcol faceva ancora quella cosa calda nello stomaco, non fastidio, non piacere. Come quando si aspetta qualcosa senza sapere cosa.
“Guarda che vista di merda,” disse Sofia. Si era fermata al centro del ponte e si sporgeva sul parapetto, i gomiti sul bordo di pietra grigia. Lo zaino le scivolava da una spalla con quel suono sordo e pesante che aveva sempre quando ci metteva dentro cose che non erano libri.
Diego si avvicinò. L’acqua era là, immobile. Immobile in un modo strano: nessun riflesso, nessun movimento, come se stesse trattenendo il respiro.
“È bella.”
“È di merda.”
Risero insieme. Diego spinse la spalla di Sofia verso il vuoto, un gesto leggero, di quelli che si fanno per ridere. Lei urlò, si riprese, si voltò col viso aperto in una risata. Si appoggiarono entrambi con la schiena al parapetto, spalle alla notte e all’acqua sotto.
La chiamata
“Chiamo lo spirito del ponte,” disse Sofia. Lo disse piano, quasi tra sé, come si dice una cosa che si pensa sia stupida ma si vuole dire lo stesso.
“Eccolo,” disse Diego, e le spinse di nuovo la spalla.
Erano in quella fase, quella fascia di tempo dopo la mezzanotte dove tutto sembra permesso perché il mondo reale è da qualche parte che non è lì, e lì c’è solo questo: il ponticello di pietra, l’aria che sa di umido e di maggio, le voci che portano troppo lontano. Domani Diego aveva un colloquio alle nove. Sofia aveva detto che non lo sapeva, il giorno dopo. Era probabile che fosse vero. A qualche finestra delle case vicine, delle ombre. Diego non le vide. Sofia nemmeno. O forse le vide e decise che non importavano.
“Guarda quei birilli,” disse Diego.
I pilastri di pietra del parapetto erano una dozzina, forse più. Colonne basse e tozze, la pietra consumata dalla pioggia di generazioni, qualcuna scheggiata agli angoli. Sembravano pesanti. Sembravano vecchi in un modo che non è un giudizio ma una constatazione: quella roba è qui da prima che esistesse la parola ponte.
“Peccato non avere una palla da bowling,” disse Sofia. Poi si raddrizzò. “Però magari…”
Si avvicinò a un pilastro. Lo guardò. Alzò un piede.
Diego sentì qualcosa spostarsi nell’aria, nello sterno, nelle dita, un ritiro appena percettibile, come se il corpo avesse già visto quello che stava per succedere.
Sofia calciò il pilastro.
Un suono sordo. La pietra tenne.
“Forse questo cede. Mi sembra già rotto. Vieni.”
Anche Diego si avvicinò. Calciarono insieme, ridendo, poi solo ridendo perché non c’era altro da fare lì in quel momento, quella notte, con l’acqua sotto immobile e le finestre che si accendevano una a una.
Le voci delle finestre
“Fermi, ragazzi. Cosa combinate?”
“Torna a dormire, vecchia!” disse Sofia, e calciò di nuovo.
“Non dovete fare male al ponte.”
La frase arrivò come arrivano certe frasi, non come un rimprovero ma come qualcosa che già è successo. Diego alzò gli occhi: la donna non aveva un viso che riusciva a mettere a fuoco. Abbassò gli occhi e calciò.
Le risa di Sofia erano lì, a un metro. Il rumore dei calci era lì, a un metro. Tutto era lì. Come se intorno al ponte si fosse costruita una stanza senza muri, qualcosa che non si vedeva ma che tratteneva l’aria, i suoni, la luce. La luna era ancora su. Le luci dei lampioni erano ancora accese. Ma sembravano più lontane di prima; sembravano guardare da fuori.
“Si stanno svegliando,” disse una voce dall’altra parte del ponte.
Un uomo. Un’altra finestra. Diego si voltò. La finestra era già chiusa. Anche quella della donna si chiuse, i battenti che sbattevano piano, quasi scusandosi.
E in quel momento — solo in quel momento — si accorse che i suoni avevano smesso di allontanarsi.
Sentirono altri battenti chiudersi, uno dopo l’altro, ma quei suoni non arrivavano: arrivava solo la vibrazione, appena, come qualcosa percepita attraverso i piedi sul selciato.
Le finestre buie. Tutte.
I Pilastri
“E adesso —” urlò Sofia.
Aprì lo zaino. Ne estrasse un piccolo martello, il tipo che si usa per aggiustare cose, il manico di plastica gialla consumato. Diego la guardò come si guarda qualcuno che fa una cosa già vista, già decisa, irrevocabile.
Sofia alzò il martello. Lo abbassò sul pilastro.
Il suono che ne uscì fu sbagliato. Solido, chiuso, come il suono che fa una stanza quando si chiude la porta dall’esterno. La pietra scheggiò, un frammento bianco, la grandezza di un dente, e rimase lì sul selciato senza rotolare.
Sofia si fermò.
Diego guardò il frammento. Guardò il pilastro scheggiato. Poi guardò gli altri pilastri, e in quel momento — in quel preciso momento, di canto, col bordo dell’occhio destro — vide uno di loro spostarsi.
Non franare. Non cadere. Spostarsi, come ci si sposta quando si fa un passo indietro.
Si voltò a guardarlo direttamente. Fermo. Pietra.
Poi sentirono il rumore.
Viene dalle montagne, quel suono, lo sanno tutti quelli che ci sono stati, quel rumore che fa la roccia quando smette di stare ferma. Un risucchio sordo e poi una serie di schiocchi secchi come giunture che si sbloccano. Diego lo riconobbe senza sapere da dove veniva il riconoscimento; Sofia smise di respirare.
La pietra di ogni pilastro si staccò. Non esplose, non crollò. Si staccò, come si toglie qualcosa che copriva. Sotto non c’era niente che Diego riuscisse a guardare direttamente: ogni volta che ci provava, l’occhio scivolava via, trovava la pietra accanto, il cielo, i propri piedi. Come quando si cerca di fissare una stella debole e si vede meglio se non la si guarda direttamente.. Sentì che c’erano. Sentì che erano tanti. Non riuscì a vedere altro.
Si voltarono.
Diego fece un passo indietro. Poi si accorse che era il suo passo, quello automatico, quello di tre passi di distanza, e che non serviva a niente, e che lo stava facendo lo stesso.
Tanti quanti erano stati i pilastri. Piccoli. La statura di un bambino, forse meno. Diego non riusciva a tenerli a fuoco più di quanto riuscisse a tenere a fuoco la donna alla finestra: ogni volta che guardava direttamente, c’era solo pietra e buio. E nel buio vedeva i denti, piatti e troppo numerosi, e qualcosa che somigliava a un sorriso ma che era sbagliato nel modo in cui è sbagliato un sorriso che non sa di dover finire. E gli occhi: umani, chiari, che lo guardavano come si guarda qualcosa che si è già deciso di prendere.
Il martello lasciò la mano di Sofia.
Non fece rumore quando toccò i ciottoli. Nessun suono. Come se lo spazio intorno al ponte avesse finito di fingere. Nessun suono entrava, nessun suono usciva. Solo quel ritmo; solo quei passi che si accorciavano lentamente.
La luce
La luce si allontanò.
Come quando ci si immerge nell’acqua e la superficie sale, sale, e la luce dell’aria diventa prima una cosa vaga e poi una cosa lontana e poi niente. La luna salì di qualche grado impossibile. I lampioni diventarono punti. Poi il ponte fu buio. Buio che non è assenza di luce ma presenza di qualcos’altro, quel nero specifico che ha consistenza e peso e odore di pietra vecchia e di qualcosa che non ha nome in italiano.
Poi si dissolse.
Di colpo, come si aprono gli occhi da un incubo. Il ponte. La notte. L’acqua sotto che scorreva normale, con i riflessi giusti, col suono giusto. Le finestre spente. I lampioni accesi. Ogni pilastro al suo posto, esattamente al suo posto, la pietra liscia come appena posata, senza schegge, senza segni. Il ponte era vuoto. Solo i ciottoli, e il suono dell’acqua tornata normale.
Sul selciato, un piccolo martello col manico di plastica gialla.
Al mattino lo trovò un turista tedesco che fotografava il ponte. Lo sollevò, lo guardò. Alzò un piede… si fermò. Lo rimise giù con attenzione. Fece una foto al ponte: i pilastri di pietra grigia, lucidati a nuovo, perfetti nella luce delle otto. E andò a fare colazione senza voltarsi.
I pilastri erano tutti interi.
Sembravano appena costruiti.
Sembravano aver mangiato bene.
Quello che il racconto non dice è forse la parte più precisa: i gargoyle non si svegliano per vendetta. Si svegliano perché qualcuno ha finalmente avuto l’attenzione giusta, quella sbagliata, quella che i pilastri aspettavano. La violenza non è nei denti chiusi o nei sorrisi, è nell’essere stati aggiunti, registrati, visti da qualcosa che non dimentica. Il mattino restituisce un ponte intatto. Nient’altro.
Autore e ricercatore indipendente di folklore vicentino. Collaboro con la testata locale ViPiù e dedico la mia scrittura a ciò che Vicenza non mostra apertamente: leggende sepolte, simboli dimenticati, storie che sopravvivono nell’ombra dei vicoli e nel riflesso degli specchi. Vicenza Gotica nasce dalla convinzione che ogni città abbia un doppio — e che valga la pena cercarlo.



