Gemiti di sofferenza — poesia horror al Torrione di porta Castello

Illustrazione gotica del Torrione di Porta Castello con figure sul cornicione tra gemiti di sofferenza nell'oscurità

Sul cornicione del Torrione di Porta Castello, al crepuscolo, qualcosa osserva dall’alto. Gemiti di sofferenza si propagano tra le pietre antiche come un rito che nessuno ha mai smesso di officiare, solo dimenticato. Questa poesia nasce da quella soglia incerta tra il visibile e ciò che Vicenza custodisce nell’ombra: damigelle, labirinti, un dio bifronte, e il momento esatto in cui la carne di uomo cede alla cera.

Meravigliose damigelle al crepuscolo,
camminano fiere sul cornicione,
scrutando le anime dall’alto del Torrione.

Levano un canto soave e celtico,
incompreso arcano racconto,
per consacrare uno strano tramonto.

Un rituale grottesco
si dissolve nel giardino morente,
simile a un affresco dantesco.

Qualcuno nell’oscurità t’aspetterà,
sussurrando il mistero:
Il tuo nome pronuncierà.

Le vie sono labirinti mortali;
là hanno barattato le tue ali
per redimere gli effimeri mortali.

Gemiti di sofferenza echeggiano,
avvolgendo la torre decadente,
dove dimora il dio Giano.

Brindiamo alla vita mortifera.
Illuminati dalla luna di sangue splendente;
mutiamo vertiginosamente
in nuovi corpi di cera.

Il dio Giano non è un ornamento mitologico: è la struttura della poesia stessa. Due facce, due direzioni del tempo, due nature che si scambiano nel buio. Il baratto delle ali, cedute per redimere creature già condannate, non è una perdita tragica ma un atto compiuto, freddo, necessario. Ciò che resta è il torrione, la luna di sangue, e quel nome sussurrato nell’oscurità che il lettore, se ascolta, potrebbe riconoscere come il proprio.