L'ospite — storia oscura al Torrione di porta Castello

C’è qualcosa che il Torrione di Porta Castello trattiene dentro di sé, qualcosa che le visite guidate non vedono, che le comitive sfiorano senza accorgersene. L’ospite nasce da quella soglia: il momento esatto in cui scopre di non poter più uscire dalla stanza dove si trova, mentre la vita continua a muoversi intorno, indifferente e perfetta. Un racconto che appartiene alla tradizione più oscura di Vicenza Gotica: non il fantasma urlante delle storie di paura, ma quello che non sa ancora cosa sia diventato.
Proseguiamo
Torrione di Porta Castello, sabato, poco dopo le diciassette e trenta.
“Proseguiamo la visita al piano successivo.”
Proseguiamo. La parola rimase sospesa nella stanza come qualcosa lasciato cadere da qualcuno che non si è accorto di averlo perso. Stava già continuando qualcosa; ma lui non ricordava di avere cominciato. Cercò un appiglio: un ingresso, dei gradini fuori, un cartello. Cercò più indietro. C’era solo il peso da ogni lato, e il buio, e un freddo che non era mai stato aria. Solo quella stanza, quel profumo di pietra vecchia e polvere di mattone, l’aria ferma che sapeva di buio e di secoli chiusi. La luce entrava dalle finestre strette e cadeva obliqua sul pavimento, disegnava riquadri pallidi che non raggiungevano la parete di fronte.
Il freddo della pietra era ovunque. Veniva da dentro, come se la stanza respirasse verso l’esterno e non verso l’interno.
La comitiva
Una comitiva di una decina di persone, forse qualcuna di più. Uno zaino scuro, uno smartphone alzato, una coppia anziana vicino alla parete che si parlava senza guardarsi. La guida, una donna con i capelli raccolti alto sulla nuca, stava parlando sottovoce con una ragazza in felpa bordeaux. La ragazza annuiva a intervalli regolari, come una pendola.
Di fronte a lui c’era qualcosa. Aveva deciso che fosse un quadro: la cornice scura, i colori tenui. Un paesaggio, forse. Sembrava piacevole. Con tutta quella gente davanti era difficile stabilirlo con certezza; ne vedeva solo il bordo superiore, l’angolo sinistro della cornice, un frammento di superficie che rifletteva la luce in modo appena diverso dagli altri oggetti nella stanza.
Rimase dov’era.
Un uomo alto si fermò tra lui e il quadro. Il viso stretto quanto la lama di un temperino, gli zigomi che sporgevano in modo quasi geometrico, la bocca che portava ancora il segno di una sigaretta spenta da poco. Il suo alito arrivò prima del resto: tabacco freddo, cenere secca, il sapore di qualcosa che si era consumato. Si fermò accanto a lui. Accanto, ma non con lui. Gli occhi puntati sul quadro con quella concentrazione precisa che ha il segno dell’abitudine. Non degnò di un’occhiata chi aveva alla destra. Poi si spostò, lasciò il posto libero, e quella scia di fumo si dissolse nell’aria ferma della stanza.
La guida non smetteva di parlare con la ragazza. Cinque minuti. Forse dieci; il tempo in quella stanza non aveva una grana precisa, scivolava senza appigli come acqua su una superficie inclinata di cui non si vede la fine.
La voce
Voleva salire. C’era qualcosa al piano di sopra che aspettava; non avrebbe saputo dire come lo sapesse. Era lì, quella certezza, ferma come la pressione nell’orecchio quando l’aria cambia. Non capiva cosa lo trattenesse.
“Signora, chiedo scusa: possiamo salire adesso?”
La guida continuò a parlare. La ragazza annuì.
“Ehi.”
Poi molto più forte.
“EHI.
Le voci proseguivano. Lo scatto di uno smartphone. Il fruscio di una giacca. Tutti i suoni di una stanza piena di persone, esatti e perfetti e completamente indifferenti.
Arrivò la sensazione: quella che di solito sale dal petto, si ferma nella gola, poi preme dall’interno sul viso finché gli occhi fanno male. Solo che non salì. Trovò qualcosa di sbagliato al primo passo; non cedette nel posto in cui avrebbe dovuto cedere. Si fermò lì, a premere contro qualcosa che non era carne e non rimandava il calore della carne.
Una donna si staccò dal gruppo. Cappotto grigio, borsa scura tenuta con due mani davanti al corpo, passi decisi. Lo guardava negli occhi, o guardava il punto dove lui era. Lui aprì la bocca.
Lei gli passò a sinistra, a un palmo di distanza. Gli voltò le spalle. Si fermò davanti al quadro, inclinò la testa di qualche grado.
Lui cercò di girarsi verso di lei.
Solo lo sguardo si mosse; ruotò di quanto poteva. Il resto rimase dov’era, dov’era sempre stato.
Da dentro arrivò qualcos’altro: quella sensazione che cambia i colori della stanza, li rende più attenuati, come visti attraverso uno spessore di pietra e di gelo. Le pareti del Torrione persero qualcosa del loro ocra. I mattoni si arretrarono di un passo. La finestra più vicina diventò un’apertura in una parete lontana, la luce che entrava si ridusse a una cosa sottile.
Tentò di muoversi.
Quello che premeva contro l’interno di lui era diverso dal movimento: era più vicino al modo in cui qualcosa di vivo preme contro la propria forma da dentro, cerca il bordo, non lo trova. Era la forma del muoversi, senza il muoversi. Tentò un’altra volta. Ancora. Ogni tentativo produceva qualcosa che non aveva nome e non chiedeva di avercelo: stringeva, incideva, toglieva calore da un posto preciso e saliva. Non verso la gola. Più in fondo. Come una mano che si chiude intorno a qualcosa che non è un organo ma dovrebbe esserlo.
“Aiuto.”
Poi urlò.
“Aiuto. Aiutatemi.”
Due o tre si girarono verso di lui. Guardarono oltre. Si avvicinarono. Passarono oltre, sfiorandolo senza accorgersi di averlo sfiorato. Salirono le scale senza voltarsi, senza abbassare la voce.
Urlare serviva solo a nutrire quello che non doveva crescere. Smise.
Il palmo sul viso
La ragazza in felpa bordeaux era ancora ferma accanto alla porta. Aveva smesso di annuire. Guardava nella sua direzione: non il quadro, non la guida. Lui. O il punto dove lui era.
Si avvicinò con una lentezza che non sembrava esitazione. Come trova l’acqua la strada giusta, senza fretta. Si fermò davanti a lui. Alzò la mano.
Gli appoggiò il palmo sul viso.
Sentì il calore. La pelle appena umida, leggermente rosata sul bordo delle dita dove il sangue arrivava di più. Una lunga linea partiva da poco sotto il mignolo, scendeva verso il centro, si diramava prima di arrivare all’indice; la seguì come si segue il tracciato di un canale di un luogo che non si è mai visto. La linea finiva in qualcosa di irrisolto, un delta senza foce, ramificazioni che si perdevano verso il polso.
La ragazza tolse la mano. Lo guardò.
Sul suo viso non c’era niente di leggibile. Non pietà. Non paura. Qualcosa di più neutro, come il modo in cui si guarda un fenomeno che non si sa ancora nominare, che appartiene a una categoria che non esiste ancora.
Prese le scale. Non disse niente. Con lui.
Adesso saliamo
Per ultima arrivò la guida. Si fermò sul primo gradino. Gli sorrise; denti piccoli e bianchi, una riga precisa. “Adesso saliamo.”
La voce si espanse dentro di lui come il suono in un ambiente troppo grande per contenerlo: si allargò, rimbalzò sulle superfici interne, si dissolse senza mai finire del tutto.
I passi risuonarono sui gradini. Le voci si attenuarono, si mescolarono, si dileguarono verso l’alto.
Rimase solo.
Di fronte c’era il quadro.
No.
Uno specchio.
No.
Entrambi.
C’era un vetro sopra il quadro.
L’aveva visto dall’inizio senza riconoscerlo: la cornice scura, i colori tenui che sembravano un paesaggio. Era uno specchio. Rifletteva correttamente. Rifletteva la parete di fronte; mattoni rossi, irregolari, posati da qualcuno che aveva lavorato in un posto destinato a non essere visto mai, destinato a stare dentro e basta. La luce obliqua delle finestre li colorava appena, li rendeva quasi uniformi.
Quasi.
Uno sembrava diverso dagli altri. Appena più chiaro, appena meno consumato, come se qualcuno lo avesse tolto e rimesso in un momento preciso che non era adesso ma non era nemmeno da molto. Le sue linee di malta erano sottili. Più nuove. Come la riga che lascia un dito che traccia una strada appena chiusa.
Rimase a guardarlo.
La luce delle finestre strette aveva perso quella qualità di pomeriggio pieno; era diventata la luce di quando qualcosa sta per finire, piatta e grigia, senza ombra e senza direzione precisa. Il Torrione era silenzioso.
Fuori era sabato. Poco dopo le diciassette e trenta.
La visita continuava al piano successivo.
La rivelazione finale non è lo specchio. È il mattone appena più chiaro degli altri, con le linee di malta sottili, quasi nuove. Il racconto non dice nulla di esplicito. Lascia invece una domanda che continua a premere dopo la fine: chi ha rimesso quel mattone al suo posto, e quando? La ragazza in felpa bordeaux sale le scale senza spiegare il suo gesto. La guida sorride con denti piccoli e precisi. Il Torrione tace. Certi ospiti non arrivano, restano.

Autore e ricercatore indipendente di folklore vicentino. Collaboro con la testata locale ViPiù e dedico la mia scrittura a ciò che Vicenza non mostra apertamente: leggende sepolte, simboli dimenticati, storie che sopravvivono nell’ombra dei vicoli e nel riflesso degli specchi. Vicenza Gotica nasce dalla convinzione che ogni città abbia un doppio — e che valga la pena cercarlo.



