La guida — racconto horror alla chiesa dei Filippini

Vicenza Gotica torna tra le navate della città con La guida, un racconto che si apre su un gesto minimo — una porta socchiusa, una guida turistica stretta tra le dita — e si richiude su qualcosa che nessuna guida può descrivere. Edonika entra per curiosità, o forse per abitudine, e trova un edificio che non risponde alle leggi del tempo che lei conosce. Ciò che segue non è una visita.
La soglia
Fuori, il sole di giugno batteva sulla pietra con quel tipo di insistenza che non chiede permesso. Le 11 e 2 minuti. Edonika aveva la guida di Vicenza in mano, le dita aperte sul dorso consumato, tre sottolineature: due in matita (la matita era di qualcun altro), una a penna rossa. Quella rossa riguardava i Filippini. Sulla facciata c’era un’iscrizione in pietra che dall’angolo dove stava non riusciva a leggere bene, e l’intonaco a destra scrostato in tre punti, come tappe di un percorso che nessuno aveva completato. Le porte di legno si consumavano da tre secoli nello stesso punto del cardine: vecchie, sbadate, senza interesse per chi stava fuori o dentro.
Passa oltre.
Ma il battito era lì, oltre la soglia. Diverso da un suono: qualcos’altro, che veniva dal dentro. Il silenzio le tornò indietro cambiato.
Si fermò sul primo gradino. Le dita strinsero la copertina della guida finché non si piegò.
Cercò sulla porta un punto meno consumato dagli altri, verso il bordo in basso a sinistra, dove quasi nessuno aveva mai spinto. Appoggiò il palmo: la superficie era più fredda di quanto si aspettasse per una mattina di giugno. La mano cercò appiglio e non trovò; si spinse più in fondo, e dall’interno qualcosa cedette. Il legno si aprì lento, come un respiro trattenuto da molto tempo che trova la strada. L’ingresso di sinistra era buio. La chiamò con quel buio.
Entrò.
Il suono
Il fresco la prese prima ai polsi, poi risalì lungo le braccia fino alle spalle. Odore di cera vecchia e pietra umida, e sotto un terzo odore più vecchio, più fermo. Panche di legno scuro a destra, lucidate all’altezza del palmo dove le mani le avevano sfiorate per decenni. A sinistra, l’altare di Nostra Signora: una Vergine dipinta con gli occhi bassi. Edonika non si voltò verso di lei. Non alzò la testa sulla navata. Guardò davanti.
Il suo pensiero andò verso l’uscita.
Il corpo restò.
Provò a girarsi. Le spalle si irrigidirono, i muscoli delle cosce si tesero, i piedi non si mossero. Il calore le scivolò giù dal viso lentamente, come se qualcuno lo staccasse dall’alto verso il basso, si fermò a metà del petto e bruciò. Fermo. Come brace sotto la cenere. I pensieri si svuotarono in ordine: prima i più recenti, poi gli altri, poi anche quelli. Le rimase solo quello che stava negli occhi: le panche, una colonna di luce obliqua che scendeva dall’alto piena di polvere e la polvere sembrava scegliere la direzione.
Poi arrivò il suono.
Lento, profondo, ripetuto. Veniva da destra e dal basso insieme, come se la pietra avesse trovato il modo di respirare a ritmo regolare. Le gambe si mossero da sole dentro uno spazio più denso dell’aria: non come acqua, non come vento, piuttosto come qualcosa che orienta, che ha delle preferenze su dove vuoi andare e in certi tratti oppone una resistenza morbida, quasi tattile, che cede appena prima di toccarla. Avanzò senza sapere verso cosa. I dettagli della navata le passavano ai lati come se si muovesse lei e tutto il resto stesse fermo: un capitello, una finestra obliqua, la corda di un campanello che pendeva senza vento ma oscillava.
Solo panche
Vide la porta laterale: legno scuro e ferro ossidato. La raggiunse.
Dopo. Molto dopo.
Era davanti alla porta laterale. Non ricordava di esserci arrivata. Il ginocchio destro faceva male, come dopo una caduta, ma il pavimento intorno era pulito.
Allungò il braccio.
Il braccio rimase lungo il fianco.
Il labbro inferiore finì tra i denti; sentì il sapore del rossetto, poi il sapore di niente. La guida le scivolò dalle dita, atterrò sul pavimento di pietra, l’eco risalì verso le volte e si spense lassù senza tornare.
«E adesso?»
Voltò la testa a destra. Solo panche. E la parete dove delle statue di pietra mostravano la loro indifferenza. Fece per guardare indietro.
No.
Vide il proprio piede che si alzava in avanti. Lo guardò dall’alto: lo scarponcino nero, il laccio destro un po’ allentato, la pietra sotto. Lo guardò come si guarda qualcosa che ha smesso di appartenere al proprio corpo. Lasciò che il piede scendesse. Si fermò. Incrociò le braccia.
«Eh no.» Ad alta voce, alle panche, alla polvere in movimento nella colonna di luce. «Se non si va indietro, nemmeno avanti.»
Il piede tornò dov’era.
Ferma.
Immobile.
Braccia incrociate.
La gola aveva quella secchezza che non viene dalla sete ma dalla tensione: i muscoli del collo duri come corda sotto la pelle. Deglutì. Non bastò. Deglutì una seconda volta. Ancora. La bottiglietta era nello zaino, che stava sulla schiena, dietro.
Mugugnò tra i denti. Il piede si sollevò in avanti.
Un uomo vestito di nero
Alla sua sinistra un altro altare. Una tela grande, più alta di lei, in una cornice che il tempo aveva scurito in modo irregolare: quasi nera agli angoli, leggermente più chiara al centro dove la luce riusciva ad arrivare. Un uomo vestito di nero con una barba bianca che occupava tutta la parte bassa del viso; le mani aperte in un gesto che non era preghiera e non era offerta. Gli occhi dipinti erano piatti, senza la profondità che hanno gli occhi veri, eppure puntati su di lei con una precisione che non andava né alle panche né alla parete oltre. Puntati esattamente sul punto dove stava lei, con quella qualità fissa degli occhi dipinti che non scelgono ma sembrano sempre scegliere. Le dita della mano sinistra si aprirono e si chiusero.
«Allora sei tu.»
La tela non si mosse.
«Lo so che sei tu.» La voce era più bassa di quanto avesse voluto; la navata la prese e la tenne invece di restituirla. Una pausa. Il suono profondo e ripetuto continuò sotto tutto, basso, costante, come un pavimento fatto di frequenza. «Lasciami.»
Urlò.
Fu come urlare quando si è completamente immersi nell’acqua: il suono rimase vicino, incollato alle pareti, compresso nello spazio. Non rimbalzò verso di lei. Sbiadì quando raggiunse le volte, perse i bordi, si spense lassù dove la luce non arrivava bene.
Poi un eco. Si definì. Si strinse in una direzione precisa. Non era la sua voce.
L’orecchio capì il dove. Edonika decise il quando.
Lo scarponcino nero si sollevò. Quando poggiò, il sinistro lo imitò. Poi di nuovo. Poi ancora. La guida rimase sul pavimento di pietra, con le sottolineature e il post-it e tutto il resto.
Era davanti all’altare maggiore.
L'altare maggiore
Alzò gli occhi tardi, come si alzano gli occhi quando il corpo ha già finito di decidere. In alto, dentro il rosone, qualcosa pulsava a ritmo regolare. Ci mise un momento a capire cosa: un cuore. Giallo ocra con le vene segnate. Ogni battito produceva una goccia che traboccava da quella coppa dorata, iniziava una caduta che sembrava rallentare a metà, quasi fermarsi, prima di toccare le tre testoline rotonde allineate sotto il calice. Tre teste senza corpo. Tre bambini o tre angeli o tre cose senza nome preciso, con le facce rivolte verso l’alto, aperte. La goccia continuava. Scendeva sull’uomo appeso con le braccia aperte, le gambe piegate, la testa che cedeva da un lato.
Pulsava. Traboccava. Scendeva.
Rimase ferma. La navata stette ferma con lei.
Nello stomaco qualcosa cominciò ad avere consistenza. Un’ombra che prendeva spessore cominciando dal basso, che cresceva verso l’alto per la sua strada. Salì lenta. Raggiunse la gola, e la gola non fu abbastanza. Le lacrime le rigarono il viso, lente, con un sapore pesante e oscuro, come di qualcosa che aspettava in fondo da molto tempo e ora aveva trovato la via, per una durata che smise di avere importanza. Il rosone pulsò. Le tre testoline non si mossero. L’uomo rimase appeso. La goccia dorata cadde ancora, e ancora, e ancora.
Quando gli occhi furono solo lucidi, si voltò.
La guida era ancora sul pavimento di pietra. La lasciò. Prima della porta, dalla gola le uscì un «Grazie» che non aveva preparato. La sua voce, ma venuta da una parte più in fondo della bocca, da qualcosa che stava dentro e adesso stava meno dentro. Echeggiò nella navata. Andò verso le volte. Si spense.
La porta ondeggiò vicino allo stipite.
Fuori c’era il sole di giugno. Lo stesso calore, la stessa ghiaia sotto le scarpe, lo stesso muro in pietra che la città usava da secoli per tenere le cose al loro posto. Edonika rimase sul gradino. Aprì il polso e guardò l’orologio.
Le 11 e 3 minuti.
Abbassò il polso. Aveva la guida in mano.
Quello che resta, alla fine, non è la paura ma l’attrito: il corpo che decide prima della mente, il “no” pronunciato ad alta voce quando ormai è troppo tardi per essere ascoltato da chiunque tranne se stessi. La chiesa dei Filippini, in questo racconto, non è teatro dell’orrore, è un meccanismo che si limita a funzionare, indifferente a chi vi entra. Il “Grazie” finale di Edonika non spiega nulla. Forse è proprio per questo che resta addosso.

Autore e ricercatore indipendente di folklore vicentino. Collaboro con la testata locale ViPiù e dedico la mia scrittura a ciò che Vicenza non mostra apertamente: leggende sepolte, simboli dimenticati, storie che sopravvivono nell’ombra dei vicoli e nel riflesso degli specchi. Vicenza Gotica nasce dalla convinzione che ogni città abbia un doppio — e che valga la pena cercarlo.



